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Voci Siciliane

VICARI LUCIO VICARI LUCIO Pubblicato il 25/02/2011
Perchè scelgo di restare in Italia

Perchè scelgo di restare in Italia "Meglio restare qui o an

Perchè scelgo di restare in Italia "Meglio restare qui o andare via?". Io voglio restare, forse perché acceso dal mio interesse verso la politica italiana o perché spinto dal desiderio di lasciare qualcosa ai miei figli e posteri, perché vorrei poter rendere questo posto migliore, o quanto meno poter dire di averci tentato. Nel mio chiedermi costantemente come poter mettere in pratica queste buone intenzioni mi è tornato in mente Giorgio Gaber quando cantava: "Libertà è partecipazione". Penso che abbia colto nel segno ed è per questo che io vi scrivo: per partecipare, rispondere e ricevere, a mia volta, una risposta. In questi ultimi tempi ho visto che una certa parte politica ha tentato, e tenta ancora, di combattere proprio questo: la voglia di partecipare. Non è, infatti, a mio avviso, una risposta degna di un sedicente partito dell’amore l’espulsione dal partito stesso o il rigetto del confronto nei riguardi di chi solleva la testa per replicare o semplicemente esprimere la propria opinione. Non è degna di essere considerata come risposta se si vuole essere considerati semplicemente democratici e se si vuole rendere migliore questo Paese. Mentre, girandosi dall’altra parte, ci si accorge che spesso la partecipazione e la discussione disorganizzata, benché presenti, non portino altro che confusione all’interno del dibattito stesso e all’esterno. Rompere gli stereotipi e superare le solite critiche ed osservazioni. Si dice che la destra vinca perché non vi è un’opposizione che possa definirsi tale, molti pensano a causa dell’assenza di un leader forte e della presenza di molte correnti anche interne. Ciò che manca veramente può essere anche la presenza di un vero leader carismatico per far presa sulla massa, ma non sempre questa mancanza deve essere un male: l’assenza di un leader forte e radicato apre al dialogo e al confronto; non vi sarà nulla di definitivo o assoluto, tutti possono “aspirare” al vertice e tutti possono caderne. Il leader carismatico può, d’altro canto, essere garante di efficace ed effettiva esecuzione dell’azione di governo, ma in Italia c’è la triste convenzione di avallare ogni azione del leader carismatico nella speranza che faccia qualcosa di concreto per il Paese oltre i suoi interessi: controprestazione alla realizzazione del bene del Paese è il perseguimento dei suoi interessi. A questo punto, io credo che dovremmo rispolverare un vecchio ma importante principio: la separazione dei poteri. Il Parlamento fa le leggi, in Parlamento vi deve essere il confronto e la discussione che porta alla formazione delle leggi; il Governo assolve la funzione amministrativa che non deve risolversi nel dettare legge e indirizzo al Parlamento; per ultima la Magistratura la quale deve far rispettare la legge e farla applicare nei confronti di chiunque. Ciò che ho visto è stata l’ingerenza da parte del potere esecutivo sul potere legislativo cui emblema è il Parlamento, il quale dovrebbe riaffermare la propria indipendenza e funzione esclusiva. Da tale ingerenza si sviluppa in maniera quasi fisiologica, a mio avviso, il conseguente tentativo di ingerenza da parte dello stesso potere esecutivo sul potere giudiziario. Il leader carismatico è una figura utile, senza dubbio, per imprimere l’azione ma la partecipazione non deve venire meno. Partecipazione è condivisione, scontro e discussione; partecipazione è offrire, cercare e ricevere. Tutto questo è venuto meno. Vi è una semplice ed esagerata esaltazione dell’individuo singolo con contestuale subordinazione della collettività. Tutto si rispecchia nella culturale odierna e nel quotidiano: si discute sul pettegolezzo, quasi lo si cerca, tra compagni di scuola o tra famigliari, e quando questo non è possibile allora lo si cerca nella cronaca nera, nei particolari agghiaccianti e negli approfondimenti che la televisione e i media ci offrono. Dobbiamo lottare contro questa cultura e questo modo di fare, prima ancora che contro il politico o contro la riforma, dobbiamo partecipare, cercare una cultura più ampia e pura, offrire idee, lanciare il confronto e sono sicuro che riceveremo un’altra cultura, altre prospettive e altre idee, magari contrastanti con le nostre ma costruttive se aperte al dialogo e non all’imposizione. Ecco perché voglio restare: perché voglio partecipare!

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