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Voci Siciliane

VICARI LUCIO VICARI LUCIO Pubblicato il 12/05/2011
 
  Antonio Gramsci  la  riscoperta dell`ins

  Antonio Gramsci  la  riscoperta dell`ins

 

Antonio Gramsci  la  riscoperta dell`insegnamento a non rinunciare alla lotta.

In una situazione babelica di linguaggi e opzioni politiche, di fallimento di tutte le grandi fedi politiche e religiose, Gramsci forse viene riscoperto incessantemente perché ci insegna a non rinunciare alla lotta, proponendo una rivoluzione che sia un processo e non un atto, che nasca da un lungo lavorio di preparazione culturale e pedagogica, una rivoluzione internazionale e sovranazionale, una rivoluzione che non sia più la presa della Bastiglia o del Palazzo d’Inverno, bensì una trasformazione “molecolare” a carattere internazionale e sovranazionale. Gramsci, teorico delle situazioni di “crisi”, eccezionale reinventore del concetto oggi imprescindibile di “egemonia”, ci suggerisce, pacatamente, con la fusione dell’ottimismo della volontà e del pessimismo della ragione, qualche percorso per passare dalla crisi alla sua analisi e al suo superamento.

Soprattutto pare utile oggi, a proposito di egemonia, rispondere non con ulteriori polemiche al vituperio corrente, fondato su sciocchezze e menzogne,  ma, piuttosto, fare, come si cerca di fare in questo lavoro, con un’attenta ricostruzione del processo di formazione di quella egemonia, che si rivela, con i suoi limiti e le sue contraddizioni, come un grande disegno culturale, del quale Togliatti è il regista, alcuni intellettuali di partito gli attori, mentre l’opera e la figura di Antonio Gramsci rappresentano la trama, la materia prima, il soggetto. Quel disegno, in realtà, non andò completamente in porto, per gli svolgimenti della situazione politica interna e internazionale – il 18 aprile 1948, con la sconfitta delle sinistre, l’ingresso italiano nel Patto Atlantico, l’involuzione del socialismo reale, la morte di Stalin, la rivoluzione ungherese, il XX Congresso del PCUS, la difficile destalinizzazione, ma rappresentò il più lucido tentativo di dare un’anima culturalmente profonda, di alto valore, al processo della ricostruzione del paese uscito dalla guerra e dal fascismo. E Gramsci, pur nell’utilizzo, talora spregiudicato, talaltra del tutto legittimo, da parte di Togliatti e dell’intelligencija “organica”, riuscì non solo a non farsi schiacciare dalla politica del momento, ma a resistere come un cristallo di roccia imponendosi come l’autore di cui il Partito comunista, la sinistra e l’Italia tutta avevano bisogno.

Da questo Gramsci dopo Gramsci, pensatore fortemente italiano e “nazionale”, ma, scoperto un po’ alla volta, nei termini universali e globali, possiamo trarre la conferma della necessità di quel cambiamento radicale di rotta per il mondo, reso urgente dalla situazione di guerra permanente, di aggravamento di ingiustizie sociali all’interno delle singole società nazionali, di emergere di disuguaglianze tra un Sud e un Nord del mondo ormai insostenibili... Ma questi elementi della crisi in atto, sottolineano innanzi tutto la necessità della lotta per la verità, filo conduttore della vita e dell’opera, politica e intellettuale, di Antonio Gramsci. E quale dovrebbe essere il ruolo dell’intellettuale, come Gramsci ce lo propone, negli scritti e nell’esempio concreto, di altissimo valore, se non la battaglia «per la verità»?  La nuova, ultima fortuna di Gramsci, davanti a un socialismo che si fondò sulla menzogna e su nuove ingiustizie, rovesciando le proprie premesse e promesse, risiede forse innanzi tutto in questa passione per la verità, che lo ricollega da un lato a un Romain Rolland e – sia pur in modo critico – a un Julien Benda, dall’altro a un Edward Said, che più di ogni altro sembra aver raccolto il testimone dalle mani di Antonio Gramsci, attribuendo all’intellettuale il compito supremo di «dire la verità».

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