La vita sociale - V^ Parte -

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Radici & Civiltà

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Pubblicato il 27/11/2005
<b> La vita sociale</b> - V^ Parte -

La vita sociale - V^ Parte -




Il territorio e le attività lavorative

tratto da GIORNI VISSUTI COME SE FOSSERO ANNI di Liborio Guccione, giornalista e scrittore aliese, che ambienta tale sua opera nel paese natìo degli anni ’30 -’40 . Si ringraziano, per la gentile concessione, gli Eredi e l’Amministrazione comunale di Alia che nel 1997 ha curato la pubblicazione del libro.

" Il paese di Lalia, voglio dire le sue case, le sue strade, le abitudini di vita della gente, le sue tradizioni, come, del resto, tutte le sue strutture socio-economiche, tutta la sua cultura di vita, insomma, tutto era rimasto pressappoco come al tempo dell' antico feudo, dal quale era nato il Comune.

Non c'erano più i Cifuentes e il loro antico castello in cima al paese: al loro posto erano subentrati i Guccione che sulle fondamenta del vecchio castello avevano costruito un più moderno palazzo, e col tempo altri palazzi avevano fatto erigere nel paese.
Le scarse modifiche, intervenute, ma assai lentamente, dal tempo dei Cifuentes, nel rapporto socio-economico, nonostante i tanti eventi storici succedutisi e che altrove avevano prodotto effetti rivoluzionari, a Lalia e, del resto nella Sicilia in generale, non avevano intaccato la struttura del latifondo, rimasto sovrano su tutta la vita della collettività. Si era formato, sì, un nuovo nucleo contadino, quello dei "burgisi", ossia di contadini divenuti piccoli proprietari di terreni che coltivavano direttamente, ma il grosso della popolazione contadina, quella più consistente, era costituito dai senza terra i quali potevano, tutt' al più aspirare ad ottenere un pezzo di terreno a "metaterìa".
Ai metatièri seguivano i braccianti, anzi " iurnatara" , una massa di gente che di proprio possedeva solo la .forza delle braccia e la zappa. C'era poi il nucleo dei "gabelloti", minoritario però, tuttavia prestigioso, ed era considerato il più vicino agli interessi del latifondista; ma, in realtà, vicino solo ai suoi interessi. Essi gestivano in proprio vaste tenute che subconcedevano in affitto o a metaterìa, traendone lucrosi vantaggi.

Ecco, il mio paese, come del resto tutta la Sicilia, era la testimonianza della continuità di un' antica storia feudale, alla quale tutto era rimasto ancorato, come quelle case anch'esse feudali, erano rimaste appiccicate le une alle altre, come identiche erano ancora quelle strade irregolari, ingobbite. Case e strade aggrappate a quel monte, vivacizzato dalla presenza secolare degli uomini dei quali aveva da sempre udito il primo vagito, le gioie delle loro anime, il lamento delle sofferenze, e il respiro ultimo dei morenti.

Quel monte è sempre stato ed è parte della vita degli uomini che lo hanno vissuto e lo vivono, è la porzione più significativa, più incisiva di tutta la loro storia; il testimone muto delle opere positive e negative che i suoi abitatori hanno compiuto nel corso dei secoli.
Esso sarà ancora il testimone di chissà quante altre generazioni. Ma forse un giorno gli uomini lo fuggiranno. Forse tornerà ad essere solo, senza case, senza più uomini i quali si disperderanno e non conserveranno più la memoria di quel monte.
Chissà?! Forse un giorno accadrà. Anzi, sta già accadendo!

La vita sociale, in quei tempi, aveva ancora delle dimensioni ristrette, e dentro quelle dimensioni anguste c'era un movimento lento, senza frenesie. Ognuno aveva la sua collocazione, il suo ruolo che accettava, qualunque esso fosse, quasi con rassegnazione, senza altre ambizioni che non fossero quelle per cui era stato chiamato dal destino. Rassegnazione, destino che venivano da lontano, che erano incisi in ciascun uomo come fossero scritti in un libro sacro, come le parole che il prete leggeva nel vangelo, quando alla Domenica celebrava la messa.

C'era, insomma, l'accettazione semplice del proprio stato, come un dato naturale, non diversamente possibile. Ho detto "rassegnazione". No... rassegnazione no, perché essa interviene nell'uomo quando egli ha la consapevolezza che ciò che è e ciò che ha potrebbe essere diverso e in meglio, ma a cui bisogna rinunciare, rassegnarsi, appunto, al proprio stato, non potendo opporre nulla contro chi così ha disposto: vuoi che sia il "ato" o che siano gli uomini. No, non era rassegnazione: ognuno credeva di essere nato. per stare dove stava.

Diciamo che la società era fatta come una scala a chiocciola, a spirale: il primo scalino, il più piccolo, seguito man mano da altri scalini a salire, l'uno sopra l'altro, ma tutti messi lì per portare in cima, all'ultimo scalino, il più grande, quello che poteva guardare dall' alto gli altri scalini; tutti sotto di lui e che non l'avrebbero mai raggiunto. Anche se non era proprio certo che quello che stava in cima alla scala non potesse!.cadere e sprofondare in basso. Ma si badi, solo precipitando avrebbe raggiunto il primo scalino: cadere, precipitare, rovinare sì! Scendere mai!

La storia è piena di rovinose cadute sociali, ma ogni volta si sono formate nuove scale, nuove dimensioni, nuove collocazioni. E sempre, coloro che riescono ad arrampicarsi gridano forte: PER L'ETERNITÀ ! E invece, in questo mondo di lacrime non c'è nulla di eterno, se non il creato; e anch'esso in continua mutazione, essendo governato da leggi immutabili, ma anche da leggi mutabili.

Le precipitazioni nella scala sociale sono sempre in agguato, si succedono in una sequenza assidua nei diversi cièli della storia. Cosicché il posto in cima alla scala non è mai sicuro.
Negli eventi di rovinosa caduta, si accende sempre una tale lotta fra gli uomini per la conquista dei posti migliori, degna davvero di miglior causa. Una lotta fra pochi protagonisti (e non sempre i migliori) perché, infatti, i più restano solo a guardare, a fare da comprimari.

Anche nei tempi di cui narro, coloro che stavano in cima alla scala a chiocciola, erano pochi, si contavano sulle dita di una mano. Sì, lo so, poi è avvenuta anche per essi la rovinosa caduta (ed altre ancora ne seguiranno), ma i vantaggi per coloro che vi assistettero dal basso col naso all'insù, non sono stati granché; e soprattutto di quella caduta essi non sono stati protagonisti. Quelli sono caduti per avere rivolto la loro forza contro sé stessi, inconsapevolmente e irresponsabilmente! Nessuno in quel processo di rovinosa caduta ha sostituito, come era avvenuto in altre epoche storiche, quelli rovinati. L'antica scala a chiocciola è rovinata tutta! Si può dire che ci sono nuove scale, nuovi scalini. Vale a dire che è cresciuta la mediocrità, anzi si è fatta più ardita, più presuntuosa. E soprattutto si deve dire che non ci sono più valori né differenti collocazioni, anche se ciascuno crede di trovarsi più in alto di prima. Ci sono.solo rovine morali, spirituali, di grandezza incalcolabile!

Coloro che dal basso hanno assistito alla caduta degli angeli, sono rimasti in basso, o almeno non sono saliti sino al punto di essersi elevati. Nella confusione prodotta dalla rovina (che non è ancora finita) ognuno ha tentato e tenta ancora di uscire dalla secolare collocazione, per assumere una nuova dimensione. Ma non ci si eleva col conto corrente in banca, né mettendosi un foglio di carta sotto i piedi, facendo finta che sia un muro, né sollevandosi sulla punta delle scarpe, per avere e dare l'illusione di essere diventati "giganti" . Tutta illusione, tutto un gioco.

Le dimensioni di sempre sono lì, come fantasmi: ognuno porta dentro di sé la propria dimensione. Sì, è vero, anche coloro che stavano in cima alla scala erano dei falsi giganti che recitavano una commedia, ma la società se n'è accorta solo quando li ha visti cadere. Prima li aveva guardati dal basso in alto, ammirata, rapita dal luccichio dei loro specchietti, nella convinzione che veramente fossero dei giganti: come Don Chisciotte vedeva i mulini a vento.
Dopo quella caduta, il movimento degli uomini parve farsi più frenetico, aperto, deciso, ma, in definitiva, risultò invece solo più confuso, più nervoso. Furono lanciate idee nuove, promesse nuove, allettanti perfino. Ma il risultato è stato ed è uguale a quello di sempre: l'uomo, la società nel suo insieme sono risultati più nani, anzi meschini; vili qualche volta. Essi non hanno saputo (e voluto) cogliere il momento storico per trovare una nuova autentica dimensione umana che offrisse la prospettiva di nuovi valori, capaci di proiettare l'uomo oltre i limiti angusti vissuti, per darsi nuove leggi, nuovi ordinamenti che producessero idee nuove per orizzonti più ampi. Gli uomini, la società, invece, hanno finito per non sapere più distinguere gli interessi dai valori. E sono prevalsi, infatti, gli interessi!

Io ho voluto solamente ricordare alcune vicende, affinché svoltando l'angolo della storia non se ne perda almeno la memoria. Ho voluto semplicemente sottolineare che la simbologia storica di una certa società era ed è, ahimé, artificiosa, irreale e spesso anche immorale.

Tante volte le società succedutesi nei tempi, sono cadute in pezzi: erano società che avevano creduto nella loro efficienza e nella giustezza dei loro ordinamenti, nel loro splendore. Ma dopo la caduta, dei loro artificiosi orpelli non è rimasto nulla: solo la paura e la violenza. Due simboli che solitamente intervengono nel momento in cui viene meno la cultura. Allora bisogna riflettere e trovare un ricambio alla civiltà che si dissolve, che muore per asfissia. Ricostruire tutti insieme una nuova civiltà nel segno della solidarietà rinnovata, autentica; una solidarietà che si faccia prima di tutto coscienza viva, intelligenza attiva e vigilante. Sennò è il caos, è la perdizione, la follia! !
Del resto quel che mi premeva significare, e solo per comodità d'esposizione, è questo:
i tempi di cui parlo erano quelli in cui la vita si articolava all'interno di un movimento ristretto, dove non c'era spazio per scelte diverse da quelle impresse dalla ruota della storia, dalle consuetudini secolari.
Il tracciato del percorso era unico e sempre uguale. E poiché in tutte le epoche, da che mondo è mondo, l'uomo è sempre stato affannato dalla paura di non vivere abbastanza per morire di sazietà, voglio dire che essendo la base della vita costituita dal fattore economico, dal quale discendono (o si crede che discendano) tutte le altre sicurezze della nostra esistenza (vizi e perversità compresi), allora tutto al mio paese ruotava attorno all'unico asse economico, rappresentato dall'agricoltura.

Essa era la sola fonte di vita, di lavoro, di ricchezza (per pochissimi) o di miseria (per moltissimi): nessun altro cespite poteva dare la certezza del pane quotidiano; e si badi bene che per i più si trattava proprio di pane che se mancava era un morir di fame. Non c'era altra fonte di lavoro, non c'erano altre attività produttive a cui attaccarsi per guadagnarsi il pane quotidiano: la terra e solo la terra, irrorata dal sudore dell'uomo. Certo, c'erano anche altri mestieri, come già detto: il fabbro, il sarto, il barbiere, il calzolaio, il falegname, il bottegaio, ma oltre ad essere attività per pochissime persone, erano anche queste attività strettamente legate all' economia principale, ossia all' agricoltura. Se un'annata il raccolto nella campagna andava male, le conseguenze investivano tutti e non soltanto i contadini.

Erano, dunque, tempi molto duri: ogni annata era un'incognita, un' attesa spasmodica. Occorre aggiungere che l'agricoltura era arretrata, direi quasi primitiva, nei metodi di conduzione, nei criteri e nelle scelte produttive, senza dire poi dei sistemi mercantili.

Tutto era rimasto come ai tempi dei Cifuentes, quando era stato creato il Comune dal feudo di Lalia: l'aratro a chiodo e la zappa erano gli attrezzi, gli strumenti più avanzati per lavorare la terra; e poi il mulo e il suo compagno uomo. Homo e Ursus.

Ma attenzione, perché c'erano piccoli metatieri che non avevano neppure il mulo o l'asino per tirare l'aratro: allora erano essi, gli uomini, a sostituirsi al mulo. E non si creda che nella grande proprietà i latifondisti, stante anche le loro ricchezze, avessero un' apertura mentale più ampia, più incline all' accettazione di metodi e mezzi produttivi più moderni, più avanzati. Nessuno spirito innovativo.
Nessuno, insomma, mostrava interesse, impegno a modificare quel criterio di conduzione secolare, tanto primitivo e tanto antieconomico. Si continuava a preferire il metodo produttivo della coltura estensiva: un' annata a grano, l'altra a fave o avena, orzo, o erba (sulla, per lo più).

La Sicilia, quindi, non solo Isola, ma isolata, separata dal processo di crescita del resto d'Italia, dell'Europa, del Mondo dove, invece, era in atto un' evoluzione proiettata verso nuove conquiste tecnologiche, verso nuovi slanci economici. In Sicilia, invece, tutto doveva rimanere come era sempre stato. Perché? Forse per il timore che una eventuale evoluzione tecnologica potesse portare anche ad evoluzioni sociali e quindi a una diversa distribuzione della ricchezza. O, forse, semplicemente per apatia, disinteresse, di una società che mancava anche di idee e di ambizioni.

Ma soprattutto, coloro che per rango sociale e per posizione economica, avrebbero dovuto e potuto avanzare idee nuove, erano nettamente distaccati dalla società reale e dai suoi bisogni e soprattutto dal suo divenire. Un distacco, un disinteresse rivelati si uguali in tutte le epoche e che li aveva portati, nel corso dei secoli, a perdere sé stessi, a cadere da quella scala a chiocciola, senza nemmeno accorgersi di sprofondare nel vuoto; in quel vuoto che essi stessi e prima di loro gli avi, avevano creato. Essi non avevano percepito la loro stessa rovina. Quando se ne sono accorti, vale a dire, dopo essere rovinati, non hanno saputo, per insipienza e per congenita e atavica incoscienza, individuarne le cause, ossia la loro responsabilità. In questa responsabilità va compresa non solo la mal conduzione dei loro interessi, ma, stante il loro peso sociale ed economico, anche la conduzione della società di cui vantavano l'inutile gestione.

Essi erano rimasti cocciutamente fermi nel disordinato metodo di gestione dei loro stessi interessi per il timore che il nuovo, qualsiasi nuovo, sconvolgesse il vecchio ordinamento socio-economico; condannando in tal modo tutta la società a segnare il passo, a frenare il suo cammino. E non si accorgevano che anche questo frenare accelerava la loro fine.

Una maggiore apertura di idee, un abbandono delle vecchie incrostazioni che nulla avrebbe tolto ai loro privilegi, avrebbe consentito di fare avanzare la società agricola e con essa tutta la società siciliana, risparmiando dalla rovina essi stessi.
Purtroppo in quel nostro mondo non c'era (e ancor oggi non c'è) soltanto il vuoto e l'insipienza delle classi privilegiate, ma si fa complice la società,nel suo insieme. Sono i vuoti che nascono all'interno del corpo sociale, che investono il popolo medesimo il quale rinuncia alla sua funzione storica, quale arbitro dei suoi destini, divenendo forza passiva, assoggettata all'inevitabile trascinamento di una classe in agonia. In una parola esso diventa preda della paura: paura di sé stesso per cui non riesce più a trovare fiducia nella sua reale capacità creativa e liberatrice. E così rinuncia al suo autentico ruolo sociale e storico, anche quando gravitano dentro di esso le condizioni per migliorare il suo stato.

Quante volte leggiamo nella storia di rivolte, ribellioni popolari. E ogni volta sempre sconfitti; se non subito poi, ma sconfitti! Perché?

Perché vinti dai potenti? No! Perché vinti dalla loro paura, dalla propria debolezza che qualche volta li ha portati al limite dell'indifferenza, della colpevole tolleranza. Ed è di questo che si sono fatti sempre forti i forti, mentre i deboli sono stati travolti dalla loro debolezza che li ha piegati e umiliati.
Che dire dei tempi presenti e ancor più spaventosamente di quelli futuri? Mirando il mio pensiero alla storia, mi sorge il sospetto che il sole non prosciugherà mai la palude dove vive da secoli l'umanità dolorante. E dai suoi lamenti discenderà solo la pietà, mai la giustizia! E se così deve essere perché così stesso vuole il popolo, così sia!
Dunque, se le classi a cui spettava in quel tempo il dovere di scuotere la società e portarla a livelli più avanzati, non avvertivano quella necessità, quel dovere sociale, per loro stessi, per i loro interessi di classe, immaginarsi se avrebbero potuto avvertirla, chessoio, i gabelloti o i burgisi; meno che meno, naturalmente, i metatièri e i braccianti i cui interessi erano minori, limitati e la loro stessa mentalità più ristretta, necessariamente, di quella dei padroni.
Quella, pertanto, era una società abulica che viveva come le rane in uno stagno.
Voglio citare un episodio che è assai emblematico e che ci offre la visione di quella società. "


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