LE TRADIZIONI - III^ Parte -

Radici & Civiltà

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Pubblicato il 02/12/2005
<b>LE TRADIZIONI</b>  - III^ Parte -

LE TRADIZIONI - III^ Parte -


LE TRADIZIONI - III^ Parte -

tratto da GIORNI VISSUTI COME SE FOSSERO ANNI di Liborio Guccione, giornalista e scrittore aliese, che ambienta tale sua opera nel paese natìo degli anni ’30 -’40.
Per la gentile concessione alla divulgazione telematica del libro, si ringraziano sia gli Eredi dell’Autore sia l’Amministrazione comunale di Alia, che nel 1997 ne ha curato la prima edizione.

Il carnevale

“ Le feste natalizie, come ho già detto, erano considerate un po' come l'inizio della fine dell'inverno, come se già si intravedessero in lontananza i primi bagliori del sole di primavera. E l'atmosfera natalizia non si era ancora spenta che già si dava inizio ai preparativi per il carnevale: una festa in cui il brio era ritmato da chitarre e mandolini che coinvolgevano tutti, senza distinzioni.
Il carnevale era la festa per tutti e veniva celebrata dove con maggiore, dove con minore abbondanza.
Le case dei benestanti, in quelle sere, erano illuminate con sfarzo e tutto aveva il segno dell' allegria, del brio spontaneo: tanti lumi a petrolio, lumi di porcellana finissima, che facevano risplendere le dimore dall'ingresso sino all'ultima stanza; e poi c'erano i lampioncini cinesi, quelli di carta dai tanti colori, appesi lungo i perimetri della casa e lungo la strada d'accesso, affinché gli invitati non inciampassero fra le pietre, a rischio di rompersi le gambe. Nelle case della gente modesta, uno o due lumi a petrolio, di latta, le cui fiammelle appena appena riuscivano a dare alla casa un semibuio e, manco a dirlo, niente lampioncini cinesi. Nelle case dei signori vassoi pieni di cannoli e altri dolciumi di fine fattura, fatti in casa o fatti apposta, su ordinazione, da don Attilio e sui quali i fortunati invitati si gettavano come lupi famelici; e rosolii e liquori...

Di una di quelle serate ho un vago ricordo, unica occasione avuta nella mia vita di prendere parte ad una serata di carnevale. Vi partecipai come testimone muto e quasi nascosto perché non era certo la mia età conforme a simili feste "peccaminose", adatte solo ai grandi. Complice di quella mia clandestina partecipazione mia sorella Mary che era stata invitata dai fratelli di mia madre, Pietro e Nino, ospiti di zio Gabriele i cui figli, entrambi medici, avevano organizzato la serata. lo riuscii a carpire l'entusiasmo di mia sorella e il grande affetto che lei nutriva per me, per strapparle il consenso a farmi partecipare; con la solenne promessa che non avrei fatto nemmeno scorgere la mia presenza, che me ne sarei stato buono a fare compagnia alla zia Filippina, madre dei due giovani medici, che poverina era costretta a stare su una carrozzella a rotelle perché affetta da grave infermità. La casa di zio Gabriele era situata in una strada ai piedi "di lu cuozzu", una strada che moriva poi proprio sopra l'abbeveratoio che, come si sa, era sulla strada ai cui piedi precipita quell' ombelico del ventre di terra chiamato "parco".

Ebbene, di quella serata ciò che mi è rimasto scolpito nella mente sono i tanti dolci, al cui consumo la mia partecipazione fu piuttosto sostenuta; e poi ricordo i lumi accesi in ogni angolo della casa che la illuminavano quasi a giorno. I lampioncini cinesi davano a quell' atmosfera di festa, di spensieratezza un tocco particolare di allegria. Ballarono tutta la notte, mentre io mi addormentai su un divano vicino alla sedia di zia Filippina che aveva anch' essa reclinato il capo. Seppi poi che mi avevano portato a casa gli zii, in braccio...

Anche nelle case dei contadini, dei burgisi si ballava, al suono di chitarre e mandolini (due strumenti che all'epoca molti sapevano magistralmente, suonare) e si trascorrevano lietamente le ore delle notti di carnevale. Gli invitati, vestiti con gli abiti migliori, seduti nella stanza della festa, lungo i muri come fossero incollati alle pareti, venivano intrattenuti con offerte di buon vino e, ogni tanto, tra una mazurca e una polka, mentre i suonatori si riposavano, i padroni di casa passavano con le guantiere piene di dolci e, soprattutto, di ceci, fave e mandorle "caliati". Sorridenti e spensierati, si scambiavano allegramente risate e lazzi. Sì, erano meno fastose quelle serate dei contadini, ma la gente si divertiva con generosità, pari alla loro semplicità. Le note aleggiate dagli strumenti si spegnevano più presto che nelle dimore dei benestanti; non duravano sino all' alba: a quell' ora i contadini erano già sui campi a lavorare.

Ricchezza e miseria convivevano senza sfidarsi: ciascuno si muoveva nel proprio ambito, secondo le proprie tradizioni, secondo i propri costumi e, naturalmente, secondo i propri mezzi.

La miseria e la ricchezza ci sono sempre state, hanno sempre distinto gli uomini facendone come due categorie, componenti entrambe dello stesso genere umano, ma con ruoli, diritti e doveri diversi, distinti.
Si è persino tentato di teorizzare che ciò fosse nel disposto della creazione. Ci sono sempre state queste differenze fra gli uomini! Segno che così deve essere e non altrimenti..Mah! "


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