RITORNO ALLE RADICI - I^ Parte -

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Radici & Civiltà

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LO BLUNDO CLAUDIA LO BLUNDO CLAUDIA Pubblicato il 06/12/2005
<b>RITORNO ALLE RADICI</b> -  I^ Parte  -

RITORNO ALLE RADICI - I^ Parte -



zi’ Totonne




Gli zoccoli ferrati dei cavalli, neri come l’inferno e adornati a festa con piume nere e finimenti dorati, sfioravano il suolo con passo ritmico, cadenzato dai colpi della frusta che il cocchiere, mesto per dovere, agitava nell’aria quasi avesse voluto segnare il tempo..

Clop...peté, clop...petè, clop...petè. Con il loro lento incedere, i cavalli obbligavano il corteo di macchine ad una andatura calma simile ad un piacevole dondolio in grado di calmare il senso di distacco e di abbandono che parenti ed amici provavano in quei momenti.

I miei occhi, stanchi per la prolungata veglia ed il pianto, avrebbero voluto chiudersi, annullarsi in quel dondolio, ma un senso di colpa, per quello che mi sembrava un gesto di indifferenza verso il defunto, induceva la mia mente a non lasciarsi andare per continuare a vivere quei momenti ancora in sua compagnia.

Il procedere lento del corteo mi invitava ad osservare, pur se con gli occhi appannati dal pianto, le montagne che si ergevano di fronte la strada e la campagna che ci circondava. La campagna conservava i colori del tardo autunno: le foglie dell’edera rampicante, prima verdi ora rosacee, formavano morbidi tappeti colorati sulle pareti delle case rustiche e quelle che adornavano le siepi ai bordi della strada sembravano voler rallegrare le nostre anime; le viti non erano ancora del tutto spoglie, ai tralci rimanevano abbarbicati alcuni pampini gialli, avvizziti, che un semplice frullare di vento avrebbe fatto volare via e le ultime foglie sugli alberi sembravano stare lì in attesa di essere cullate dal vento prima di lasciarsi andare all’abbraccio con la madre terra.

Il cielo in quel pomeriggio autunnale era terso, azzurro, luminoso, non una nuvola: sembrava il tempo indicato più per un momento di gioia che di dolore!

Era l’ultima passeggiata di mio nonno, "Zi Totonne" per tutti gli altri, amici o gente che avevano mantenuto con lui un rapporto di amicizia o di lavoro commerciale; era stato orgoglioso che lo si appellasse con la parola "zi" che per lui aveva racchiuso il massimo dell’affetto, l’ammissione ad una confidenza quasi parentale contro il freddo distacco dell’essere chiamato "signore", appellativo che lui, appartenente ad un’altra epoca, reputava fosse dovuto a chi era signore per nascita; aveva considerato l’essere chiamato "zi" come il riconoscimento, nei propri confronti, di quelle qualità morali che continuava ad amare nonostante sembrino essersi perdute con il volgere degli anni e che, secondo il suo modo di pensare, rendono grande un uomo al di là dei titoli, delle lauree, della ricchezza.

Al nonno era piaciuto pensare di appartenere a quel genere di persone delle quali si parla con piacere e che non costituiscono oggetto di critica altrui. In quella strana pace che la mia anima provava, tuttavia c’era una nota di vivo rammarico: lui, che era stato sempre curioso e attento alle persone ed alle cose che lo avevano circondato, faceva la sua ultima passeggiata senza poter vedere nulla! Ad un tratto mi ero resa conto che un sorriso increspava le mie labbra serrate dalla malinconia e dal pianto: “Se è vero che la morte è la nascita alla vera Vita - pensavo - certo anche lui in questo momento starà osservando questa terra che ha sempre amato e che mai avrebbe lasciato perché, per quanto abbia viaggiato in Italia ed all’estero, ha sempre affermato che non ne esiste una più bella e più gioiosa di questa!”


Su questo discorso non ero mai stata d'accordo con te, caro nonno, e mi spiacque doverti contraddire anche in quel momento triste, ma il fatto è che, dopo aver girato tanti luoghi, l’uno diverso dall’altro, non riuscivo a capire cosa potesse esservi nella tua terra di più bello rispetto ad altri posti: avevo visto alte montagne candide di neve, orgogliose di svettare al sole, ed avevo visto praterie immense e piatte arrossate dai colori del tramonto o rischiarate dalla luce pallida della luna che si affaccia su un infinito piatto colore bleu cobalto punteggiato da miriadi di stelle, tanto diverse da quelle che si vedono tremolare nel cielo del nostro paese.

Per effettuare servizi televisivi con la troupe di Herbert - da quanto tempo non pensavo a lui - avevo visitato città affollate ed anche il grande Canyon deserto. Avevo visitato città antiche e moderne, create da architetti famosi che per sola educazione avrebbero accennato ad un benevolo sorriso di accondiscendenza non soltanto alla vista delle case così semplici dei paesi irpini, costruite su una pianta quadrata, ma anche per quei pochi palazzi signorili che con la loro maestosità, rispetto le altre abitazioni, avevano indicato o volevano indicare la potenza o la ricchezza dei loro proprietari.

Mi era sempre riuscito incomprensibile capire come mai il nonno, che aveva visitato altri luoghi, altri paesi, non si fosse reso conto della diversità tra quelle città ed il suo paese natio: il suo paesino circondato da una piccola corona di colline contro la magnificenza di altri luoghi!

In quel momento, tuttavia, mi era venuto un improvviso dubbio: doveva esservi un motivo perché il nonno dicesse in quel modo e mentre mi domandavo se non avesse avuto ragione nel fare quelle affermazioni compresi che non dovette essere di sicuro un caso che pensassi così nel momento in cui, durante quella triste passeggiata, i miei occhi si stavano sollevando per cercare, al limite del piccolo borgo che si vedeva in lontananza, una casa fabbricata forse duecento anni prima, la casa di nonna Marisunta, che ancora oggi sorge sulla strada che una volta limitava i boschi che le mani dell’uomo, in una insensata forma di avidità stanno restringendo mentre radono gli alberi al suolo e non certo per rendere coltivabile quel terreno!


Claudia Lo Blundo


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