LA ZIA VASTIANA

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Pubblicato il 08/12/2005
<b> LA ZIA VASTIANA </b>

LA ZIA VASTIANA



tratto da GIORNI VISSUTI COME SE FOSSERO ANNI di Liborio Guccione, giornalista e scrittore aliese, che ambienta tale sua opera nel paese natìo degli anni ’30 -’40.
Per la gentile concessione alla divulgazione telematica del libro, si ringraziano sia gli Eredi dell’Autore sia l’Amministrazione comunale di Alia, che nel 1997 ne ha curato la prima edizione.


Non che lei fosse giovane, ma aveva uno spirito giovanile, allegro e, soprattutto non ci costringeva a rimanere per ore seduti, silenziosi, mummificati. La chiamavamo «zia», ma non eravamo parenti; del resto in paese per tutti era la «zia». Era un personaggio popolare e assai benvoluto. Era vedova di guerra, ma lei non si considerava tale perché viveva sempre con la speranza che da un giorno all' altro avrebbe fatto ritorno il marito, dato per disperso nella guerra 1915-1918. Era talmente convinta che tale evento si sarebbe verificato, che trascorse tutta la sua vita, giorno dietro giorno, nell' attesa del marito. La guerra era finita da molti anni e lo Stato lo considerava morto a tutti gli effetti, tanto che aveva riconosciuto alla vedova il diritto alla pensione.

La «zia» Vastiana viveva con tre figli, Giuseppina, Gioacchino e Tanu. Era una donna piuttosto stramba e alquanto stravagante, ma d'animo buono e generoso; era una estemporanea della vita.
Erano tempi magri quelli, anzi direi di stenti, ma la «gnira» Vastiana non subì mai la delusione della vera miseria: avanzava tra difficoltà, ma avanzava con una intraprendenza che rasentava la sfacciataggine. Se non .aveva soldi (ed era un caso non raro) per fare la spesa, riusciva lo stesso a tornare a casa con le braccia cariche di cibarie. Come faceva? Si indebitava, impegnandosi a pagare appena avesse ricevuto la pensione, che diamine! E si badi che si trattava di una pensione miserrima, perché si sa che lo Stato valuta assai bene i suoi sudditi quando li arruola per fare la guerra, ma assai poco quando essi hanno la sventura di lasciarci le penne.

Dicevo, era così misera quella pensione che non riusciva a coprire i debiti che andava facendo in attesa di riscuoterla. E tuttavia lei sapeva girare e rigirare la sua lingua che diventava persuasiva, riuscendo a trovare fiducia da mastru Totò «u capusquadra». Questo nomignolo era dovuto al fatto che egli era stato molti anni in America dove,
pare, avesse comandato una squadra di operai in una azienda. Egli, ritornato dall'America, aveva messo in opera una bella bottega di generi alimentari, con criteri moderni per quei tempi.

La bottega si trovava nel quartiere di S. Anna e la «gnira» Vastiana era una cliente affezionata e acquistava tutto da mastru Totò; meno la pasta, sebbene fosse la rinomata pasta di  Termini Imerese.
Ma lei preferiva quella di Billina, una famiglia di artigiani la cui bottega si trovava «supra lu bastiuni» in cima alla strada delle carceri. «Li ziti e li cavatuna» erano i preferiti, i «maccarruni» li faceva in casa lei. L'unico neo di Billina era che non le concedeva credito per più di dieci chili di pasta. Ma la «gnira» Vastiana riusciva a sciorinare tante di quelle garanzie da vincere il diffidente Billina.
Qualche volta a favore dei suoi argomenti faceva intervenire mastru Luciu, il postino, perché offrisse le sue garanzie, come qualmente alla posta erano in attesa dell' arrivo della sua pensione.
Insomma, la gnira Vastiana non fece mai mancare il necessario alla sua famiglia: la miseria, gli stenti non la piegarono mai; fu sempre all'altezza della situazione. E se vi capitava di passare davanti alla sua casa, la «gnira» Vastiana si affacciava, vi salutava con la sua voce squillante e non potevate fare a meno di fermarvi a fare due chiacchiere che, manco a dirlo, avevano per argomento sempre l'agognato ritorno del marito. E intanto, tra un discorso e l'altro, finiva per invitarvi a stare a pranzo o a cena, anche quando non sapeva lei stessa cosa avrebbe messo in tavola. Era una donna generosa e ottimista.

Era tanta la sua speranza nel ritorno del marito che qualche volta si inventava di avere ricevuto lettere, telegrammi dal governo che le annunciavano il ritorno da lì a poco del marito. Un giorno uscì di casa, urlando che il marito era stato visto al «marcato» con una valigia sulle spalle. Corse con lo scialle in testa, alla volta del
«marcato», all'estremità del paese, seguita da tanta gente che in buona misura non ci credeva, ma la seguiva lo stesso facendo finta di crederci.

Ma la «gnira» Vastiana anche quel giorno, come già altre volte, tornò indietro sconsolata, amareggiata, ma non doma. Prima o poi, confidava, sarebbe arrivato quel suo marito dal Piave dove, in verità, aveva lasciato la vita per la Patria. Ma se ne sarà accorto che motiva per la Patria? Non lo sapremo mai!

«Gnira» Vastiana, visse e fece vivere tutto il paese sempre nell'attesa del marito, e questa certezza fu la sua consolazione. E si sa che la consolazione è un po' come una seconda vita.


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