Testimonianze delle comunità aliesi (1860-1932) VI^ parte

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Pubblicato il 10/09/2005
<b>Testimonianze delle comunità aliesi (1860-1932)</b> VI^ parte

Testimonianze delle comunità aliesi (1860-1932) VI^ parte

Emigrazione verso gli Usa
Testimonianze delle comunità aliesi (1860-1932)


Tesi di laurea della dott.ssa Cristina Guccione.

VI^parte

CAPITOLO II



Negli anni successivi, sino al secondo dopoguerra, gli emigrati aliesi preferiranno o saranno costretti a viaggiare su navi dirette a New York, ma, per la maggioranza di loro, la destinazione immediata rimaneva sempre New Orleans, che essi da New York, per lo più, raggiungevano in treno. A dimostrazione del loro passaggio sono i numerosi nomi scolpiti, assieme a quelli di altri paesi, ai piedi della Statua della Libertà. E molti di costoro si riscontreranno in Louisiana. Per il biennio 1900-1901, in ogni modo, Ira A. Glazier ha tirato fuori dal suo schedario «15 immigrants from Alia to the U.S. in the year 1900» e «15 or 20 names for the years 1900 and 1901» .

3. - Insediamenti e problemi

New Orleans, per gli aliesi giunti in Louisiana, fu il centro di smistamento: «Many of the newly arrived - informa The Daily Picayune - will remain here in this city; the rest will be distribuited among the plantations up and down the cost» . Gli aliesi, in maggioranza di origine contadina, non solo trovarono lavoro nelle piantagioni di zucchero nelle campagne a Sud e a Nord di New Orleans lungo le sponde del Mississipi, ma anche si adattarono facilmente al clima locale.
In area cattolica, per un'immediata e adeguata assistenza agli emigrati, furono istituite delle associazioni o società di mutua beneficenza tra gli oriundi di uno stesso paese o di una stessa zona. Gli aliesi, sino in tempi recenti, non ebbero una loro società. Non ne avvertirono l'esigenza, in quanto di essi, come si è accennato più avanti, si prendeva prevalentemente cura la «Società di Mutua Beneficenza Cefalutana» e, in parte, anche la «Contessa Entellina Society» e la «San Bartolomeo Society». Quest'ultima raccoglieva gli immigrati provenienti dall'isola di Ustica.

Siamo in grado, grazie alle carte di cui disponiamo, di indicare gli insediamenti dei primi aliesi emigrati in Louisiana. Per un immediato esame del movimento, abbiamo ricavato dalle carte consultate il prospetto che segue nella pagina successiva :

INSEDIAMENTO DELLE PRIME FAMIGLIE ALIESI IN LOUSIANA DAL 1860

Contea di San James ParishNicolosi, Nasca, Barcellona, Sedita, Todaro, Chimento, Spedale, Gattuso, Lamendola, Miceli, Rotolo, Scaccia, Tripi Leone, Marchiafava, Macaluso, Dispenza.Contea di Assuntion Parish(Napoleonville)Puglisi (Politz), Territo, Russo, Martino, Pusateri, Guarino.Contea di Palquemine Parish(Sud di New Orleans)Di Carlo, Orfanello, Volpe, Falcone, MulèNew Orleans e periferie(Marrero, Harvey, Gretna)Di Salvo, Ditta, Federico, Vicari, Traina, Spera, Scaccia, Montagnino, Rotolo, Centanni, D’Amico, Celino, Todaro, Veninata.Baton RougeMetropolitan areaMacaluso, Runfola, Guccione, Alello, marchiafava, Spedale, Granata, Panepinto, Cardinale, Miceli, D’Andrea, Gattuso, Pusateri, Biondolillo, LoSavio, Mascarella, Mazzarisi, Vicari, Viverito, La Mendola.



A queste famiglie si aggiunsero altre nel secondo dopoguerra, che si stabilirono, soprattutto, a New Orleans e nei paesi West di New Orleans quali Marrero, Harvey, Gretna. Diversi nuclei, come i Mormino, Marchiafava, Cardella, Lo Bue, Milazzo, Panepinto, Privitera, dalla Lousiana si diressero verso Chicago e da qui alcuni, come i Cardella, proseguirono per lo Stato dell'Arizona, dove il clima è molto simile a quello della Sicilia. Contemporaneamente famiglie aliesi trovarono lavoro e fissarono la loro residenza negli Stati di New York (Teresi, Concialdi), New Jersey (Lo Savio, Puglisi, Valenza), Texas (Mortellaro, Martino) e Colorado (Lo Savio, Marchiafava, Chimento, Miceli, Todaro).



Molte di queste famiglie, come si deduce dalle carte di Mr. Dispenza, che, qua e là, appunta testimonianze orali o conserva manoscritti di storie vissute, hanno qualcosa da raccontare. Non sono grandi storie, delle quali, sempre relativamente agli aliesi, ci occuperemo nel quarto capitolo. Sono piccole storie biografiche di famiglie sradicate dalla loro comunità di appartenenza e trapiantate in una terra ignota, dove pure la lingua era un mistero. Sono anche storie d'amore e di dolore, come quella tra Giuseppe Mortillaro e Michela Martino, che nel 1887 raggiunse la Louisiana per sposare il fidanzato espatriato l'anno precedente.



I due, successivamente, si trasferirono nel Texas, dove, dopo un decennio di benessere conseguito con i prodotti dei campi venduti al supermaket di San Antonio, perdettero ogni loro bene con l'alluvione del 25 marzo 1899 e dovettero ripararsi a Houston. Qui, per alcuni mesi, furono ospiti del compaesano Sam Bova, il quale fu generosissimo nei loro confronti, ma, avendo un'abitazione abbastanza piccola, poté offrire agli amici la vicina stalla, dove il 15 settembre 1900 - giorno del funesto uragano che distrusse la città di Galveston provocando ben 10mila vittime - nacque il figlio Giuseppe. Il bambino portò fortuna ai due coniugi, che presto trovarono lavoro e, con i risparmi del guadagno, comprarono 15 ettari di terra in San Filipe Road.


La terra, lì per lì, consentì loro di andare avanti con minori sacrifici, ma, qualche anno dopo, divenne parte del centro della Città di Houston e fu una benedizione divina per i Mortillaro e per i loro discendenti che raggiunsero una posizione economica di piena agiatezza, tuttora conservata.
Altrettanto interessanti le vicende della famiglia Notarianni, stabilitasi nel 1900 a Hammond, in Louisiana. Una famiglia numerosa, che lavorò, comprò molta terra e costruì in solidarietà un'abitazione per ogni componente. Più di dieci case. Oggi la strada è denominata Notarianni Road. A poca distanza, altre loro residenze, costruite da Sam, figlio del capostipite Giuseppe. E, anche qui, la toponomastica richiama la presenza della numerosa famiglia Notarianni o meglio il loro paese natìo: Lane Alia è la denominazione di una strada che sbocca in Notarianni Road.


Alia non fu completamente immune dal fenomeno delle «vedove bianche», cioè delle mogli dimenticate o abbandonate, le quali, per anni o per sempre, non ricevettero notizie dai mariti emigrati, magari tra abbracci e lagrime e con il «fermo proposito» di «fare soldi e tornare» o di richiamare l’intera famiglia. I casi, per l’esattezza, non furono molti, ma ci furono e con tutte le caratteristiche dell’abbandono della donna da parte dell’uomo. Talvolta si ebbe qualche recupero. E qui la chiesa locale ebbe la sua parte tramite la mediazione dei parroci protempore. A darcene testimonianza è sempre il reverendo don Antonino Disclafani, che è stato felice artefice di più recenti riconciliazioni o passivo osservatore di separazioni coniugali irreversibili.


Alla base dei casi difficili o impossibili c’erano e ci sono le drastiche prese di posizione dell’uno o dell’altro coniuge. La moglie normalmente non perdonava al marito di essere stata abbandonata «come una donnaccia», mentre questi, a sua volta, andava al contrattacco giustificando il prolungato silenzio con l’attribuire alla moglie la colpa di non essere stata disposta a raggiungerlo in America o di essersi comportata male durante la sua assenza ... così come da informazioni a lui pervenute tramite lettere anonime o da parte di persone malvagie, che, di solito, «nun si fannu i fatti propri».


Per ovvi motivi di riservatezza in cui si trincera la gente comune, non ci è stato possibile reperire lettere di quel tipo. In un solo caso, che, stando al testo delle missive, non sarebbe da confondere con gli altri, abbiamo avuto l’opportunità di esaminare una corrispondenza (di cui si allega la fotocopia di una lettera in appendice), risalente agli ultimi anni ’40 e relativa a fatti avvenuti nei primi anni del secolo XX. Ma su questo caso torneremo più avanti, mentre, adesso, vogliamo fare riferimento alla lettera di un emigrato di Campofranco, la quale lettera, data la vicinanza tra questo centro e Alia, potrebbe essere considerata un’esemplare delle tante riguardanti gli italo-americani di origine aliese.


La lettera, inviata in data 10 gennaio 1916 all’arciprete don Giuseppe Randazzo, è riportata nel contesto di una relazione dallo storico Cataldo Naro al citato convegno di studi su Chiesa ed emigrazione a Caltanissetta e in Sicilia nel ovecento. Ebbene, al povero mittente avevano fatto sapere dal paese natìo che la moglie lo tradiva ed egli si rivolgeva al parroco affinché la riprendesse e le proponesse di raggiungerlo immediatamente negli Stati Uniti. In merito a un suo ritorno in paese «mancu a parlarni», perché, con la moglie disonorata, non sopporterebbe mai gli sguardi e le...risate della gente.
La lettera si riferisce a una precedente corrispondenza in cui la moglie aveva espressamente dichiarato di non volere partire per paura dei sottomarini tedeschi che minacciavano la sicurezza delle navi dirette in America:


«Rispondo – scriveva l’emigrato all’arciprete - alla sua lettera la quale mi dichiara riguardo alla infedele mia moglie che essa è pronta affare vita comune e di oggi in poi essere fedele e essa non vuole venire in America che ave troppo paura del suo passato poco onesto e chi sa io non vendicherò sopra a essa e di poi ave paura del mare, dei bastimenti che affondano causa della guerra e lei mi dice di io ritornare all'Italia e andarmi in un paese vicino abitare con essa e che essa è risoluta che non viene in America. Ora io dico che il mio pensiero è che se essa vuole venire qui io la perdono con sicurezza e non avesse paura e si vende tutto e viene. Se essa vuole ricomprare il suo onore questo solo rimedio ciè [...] questa lettera mi fà il piacere di chiamare a essa e leggirla a essa [...] questa lettera ci la deve leggere impresenza di essa e non mnnca a lei di persuaderla. Mi devi fare la gentilezza di rispondermi di quello che dice. Riguardo alla guerra oggi stesso a venuto persona di  Casteltermini . Ogni giorno vengono persone e non ciè paura di quello che dicono, ci vuole la buona volontà [...] tanti saluti alla sua famiglia da me e bacio le mani ai miei genitori e mille baci ai miei fìgli e ci bacio la destra e mi segno il suo amico [...] » .


Il caso dell’emigrato aliese, Giuseppe R. (l’anonimato e l’eliminazione dei nomi di persona di possibile identificazione sono stati richiesti da chi ci ha gentilmente fornito le lettere), si presenta in apparenza ben diverso. Giuseppe emigrò da Alia nel 1907. Dal giorno che mise piede a New York non diede più sue notizie alla famiglia. La cosa impressionò familiari, parenti e amici, sia perché mancavano i presupposti per un atteggiamento del genere, sia perché i rapporti con la moglie e i cinque figli erano stati ottimi. Si pensò, lì per lì, a qualche sorpresa, ossia a un suo immediato ritorno in patria per ragioni di disadattamento in America. Ma il tempo, intanto, passava e le preoccupazioni per la famiglia crescevano. Si temeva che l’emigrato fosse rimasto vittima anonima di qualche catastrofe, quali alluvioni e uragani, di cui, molto spesso, in Italia giungevano notizie tramite lettere e giornali.


Una delle figlie di Giuseppe non si rassegnò mai al pensiero che il padre avesse potuto soccombere in una tragedia del genere. Lei presentiva la sua esistenza, magari fatta di privazioni e di sofferenze, e non desistette mai dall’interpellare autorità italiane e americane per avere notizie del padre, dallo scrivere a parenti e amici residenti negli Stati Uniti affinché l’aiutassero nella sua ricerca, dal rivolgersi a quanti da Alia partivano per l’America pregandoli di trovarle un collegamento con qualcuno che avesse conosciuto o incontrato il padre. Per più di un quarantennio le delusioni si accumulavano e il silenzio di anno in anno diventava più fitto.
La donna, di fronte all’infrangersi di tante speranze, trovava la forza di continuare soltanto nella fede in Dio e non cessava di raccomandarsi al Cielo. E il miracolo, così lo considerarono in quella famiglia, avvenne. Era l’agosto del 1948.

La figlia di Giuseppe venne a sapere da fonte sicura che il padre era ricoverato presso lo State Hospital Tewksbury, Mass., U.S.A.. Il primo pensiero fu quello di partire per l’America per raggiungerlo. Ma, dati i tempi, prudenza consigliò che, intanto, sarebbe stato più opportuno scrivergli. Egli personalmente o altri per lui avrebbero dato riscontro alla lettera.
La risposta giunse nel giro di due mesi. Trascriviamo qui di seguito i brani più significativi della lettera, di cui riportiamo integralmente in appendice la fotocopia:

Mia carissima figlia [...],

Rispondo alla tua amata e benvenuta lettera di cui solo poche righe non ne ho potuto che leggere, dato il mio pianto e la commozione al cuore. Il resto di essa l’ho sentita leggere da questo amico che ora scrive per me, ché a come vedi questo non è il mio manoscritto. Non scrivo di proprio pugno perché la mia mano è diventata alquanto instabile, specialmente ora che mi trema assiemamente al mio cuore per la commozione apportatami dall’impressione della tua quasi inaspettata lettera. Quegli che scrive per me è pure un paziente di questo Istituto il quale malgrado i suoi affanni conserva ancora la mano ferma e più spedita della mia ed a questo momento più lucidità di mente. Ma parliamo di noi. [...] Il mio lungo silenzio cara figlia, non è stato punto causato da disaffezione, bensì per la mia sfortuna di essere caduto malato e non volevo scrivervi per non affliggervi, però ora mi avvedo che ho fatto peggio, vi ho fatto soffrire nelle incertezze. Che vuoi, tale è lo stato mentale che non so nemmeno io che faccio. Durante tutto questo tempo però, non ho mai cessato di pensare a voialtri costà, mai cessato a volervi bene e pregare per voi, che al contrario di me il Signore vi avesse reso la più solida salute e fortuna. Ma tu mi assicuri di limitarti a darmi altre notizie che quelle superficiali per non disturbarmi, è segno evidente che ogni cosa non vi va tanto bene. [...] Per farti la mia triste storia in breve, volevo ripartire per l’Italia, quando caddi ammalato, per rivedere il sangue mio e quando Iddio mi avesse chiamato di morire felice, ché senza dubbio è una felicità passare all’altra vita fra il fiato di coloro che ami e sei riamato. Ma Iddio non credo che mi darà tale felicità. Il console non volle concedermi il passaporto proprio perché ero in cattivo stato di salute. La malattia s’incalzava così che dopo speso quel po di moneta che avevo accumolata, colla speranza di guarire, ma il destino non volle così. Il destino volle che venissi a finire in una Istituzione per gli ammalati, vecchi e indigenti. Ciò non è una vergogna poiché ognuno potrebbe capitarci. E ci siamo capitati. Grazie a Dio e al Governo Americano, non ci si sta tanto male quantunque sia un simile asile, ma considera il mio morale trovarmici. [...] Ebbi uno shock che mi paralizzò mezza vita a sinistra. Col tempo e grazie alla Provvidenza Divina la paralisi mi si è sciolta bastantemente che posso camminare coll’appoggio di un bastone, però sono rimasto come si suol dire intirizzito e debbole, cammino pianamente e poco, solo attorno alla mia corsia e d’estate esco a sedermi fuori su qualche banco per prendere un pò di sole ed aria. Alle volte mi assalgono dei colpi che mi fanno restare degente per pochi giorni, poi mi risento meglio come al mio normale abituale di ora. - La questione verte ora: guarirò? Stento a crederci, data la mia età. Potrei dirti una cosa per un altra per incoraggiarmi ed incoraggiarvi, ma a qual prò? Iddio ci ha destinati così e noi dobbiamo accettare il nostro destino. Parlando di religione, come tu desideri essere informata di quel che faccio. Ecco, la religione in questi giorni di tristezza è un sollievo per l’anima mia. Qui a parte di due cappellani Cattolici che girano l’ospedale tutti i giorni, ancora, abbiamo una Cappella dove vengono celebrate due messe alla domenica ed i giorni festivi, abbiamo un Frate italiano a farci visita e confessarci e comunicarci ogni primo venerdì del mese. Sei contenta dunque che io mi sono rimesso a Dio? Lo faccio con tutta la fede e non cesso mai di pregare per voi. Sembra che stiamo facendo una storia alquanto lunga, forse ti sarai annoiata di leggerci perciò rimandiamo il resto quando avrò ricevuto un altra tua cara. Tanto, nemmeno possiamo seguitare più perché il mio pianto è continuato, perdonami figlia. Ora che abbiamo scritto tanto a te, credo superfluo di rispondere al grato biglietto della zia [...], dalle tanti baci per me dicendole che un altra volta scriverò anche ad essa. Augurale il Buon Natale colla famiglia, lo stesso farai con [...] e famiglia. Dì a tua madre di star bene e si dasse coraggio, non dubitate di me, non vi affliggete perché c’è un Dio che tutto vede e provvede e noi dobbiamo sottostarci alla sua Divina Volontà.
Con paterni baci a tutti colla benedizione di Dio mi dico Il tuo amato padre, Giuseppe [...]

P.S. - Buon Natale e Felice Capodanno a tutti


La corrispondenza, imperniata sull’affetto e sui valori religiosi, continuò fitta e frequente per quasi un anno. Essa presto si estese a tutti i componenti della famiglia, ricordati da Giuseppe con molta nostalgia e con un profondo senso di colpa per averli lasciati soli e senza aiuto. Improvvisamente l’ultima lettera, in data 18 ottobre 1949, non più firmata da Giuseppe, ma dall’amico scrivano, che comunicava alla figlia il passaggio del padre «a miglior vita». Era una lettera che i familiari non avrebbero voluto mai ricevere, anche perché rimaneva sempre nel desiderio di tutti la speranza di potere un giorno riabbracciare il congiunto. Essa, lunga come le precedenti, conteneva, fra l’altro, il rammarico dell’amico, anch’egli gravemente ammalato, di non essere nelle condizioni fisiche di potere uscire dall’ospedale per deporre un fiore sulla tomba di Giuseppe.

«La salma del caro defunto – egli proseguiva – venne seppellita nel Camposanto della nostra Istituzione : Pine Hill Cemetery. Questo è il nome del Camposanto che dista solo un miglio da l’Ospedale. Io andai a visitare questa terra santa il primo anno che mi trasferii in questo Asile, dieci anni or sono. Rincresciosamente ed è comprensibile che ora, anzi anche da prima, non è forza mia a fare quel lungo cammino. Mi contento soltanto di potermi aggirare attorno e dentro l’Ospedale per cercare di portare una parola di conforto a quelli più infelici di me ed aiutarli a quel che posso». E il tutto anche in suffragio di «quel carissimo amico Giuseppe», il cui «soave ricordo [...] sta ancora impresso nel mio cuore per la sua bontà e per l’amore e fiducia reciproca fra noi due [...] » .


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