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Pubblicato il 11/10/2005
<b>lu urdinaru e la so’ riétina</b>

lu urdinaru e la so’ riétina


    Forse pochi di voi ricorderanno e molti altri forse non conosceranno affatto la figura di "lu urdinaru ". Lu urdinaru era chiamato così proprio perchè il suo compito fondamentale era quello di ordinare, o meglio, coordinare le "riétine" dei muli che, in estate dovevano trasportare i prodotti della terra dagli appezzamenti dei ricchi possidenti - nobili o borghesi - , ai magazzini degli stessi: in inverno, invece, trasportavano le sementi.
    I muli - che ovviamente non appartenevano agli "urdinara " ma ai loro padroni - procedevano in fila indiana legati uno dietro l'altro con una grossa corda, da qui il nome "riétina". Ogni "riétina" era composta da circa 9 muli di cui otto erano adibiti al trasporto dei frutti della terra - grano, orzo, fave, ecc..- , che venivano posti in grosse "visazze" e "visazzotte" e queste a loro volta, sulla schiena dei muli; il nono mulo, invece, detto "caporétina", trasportava "lu urdinaru" .
    Il mestiere dell’ "urdinaru" era molto duro: si soleva dire che "s 'avia 'a susiri di stidda in stidda", infatti si metteva in cammino appena "affacciava la puddara" - il piccolo carro - e si ritirava alla "stidda di l'Avi Maria". In verità non dormiva quasi mai . A sera, fatti rientrare i muli nella stalla, doveva pensare prima al loro pasto, poi al suo. Cominciava, quindi, a sistemare la paglia nelle mangiatoie e finalmente poteva assaporare il suo tanto atteso piatto di pasta, non senza un sorso di buon vino.
    A questo punto, illuminato da una candela ad "arsolio" - petrolio - , e seduto sul suo morbido letto ..., che altro non era se non "la ghiuttena" - una panca fatta di pietra ricoperta di pelle di pecora -, prima di concedersi il meritato riposo, doveva riparare le "visazze" e le "visazzotte " che, essendo fatte di "lona" - canapa -, potevano anche strapparsi. Per fare questa rammendatura, utilizzava " a zzaccurafa" - un ago molto lungo e grosso - e lo spago.
    Finalmente era l'ora del sonno, muli permettendo!
    Infatti, quelle docili bestioline avevano la simpatica abitudine di cominciare a "trippare", a litigare e a scalciare, finchè "l’ urdinaru" era costretto ad alzarsi per "arrifriscare" loro la paglia, cioè dare una mescolata alla paglia aggiungendone di nuova.
    Una volta al mese, " l’ urdinaru" aveva la "vicenna" , un giorno in cui gli era concesso di tornare a casa, anche per cambiare i propri, ormai, sudici abiti.
    La sua retribuzione era "lu partutu" che consisteva in un tot di olio, frumento, pane, formaggio, vino e anche un pò di denaro.
    "Li urdinara" più ambiziosi "armàvano" i muli con "cianciani" , "lanigghi" e "fruntala ", ossia con campanelle. pon-pon di lana variopinta e con cordelle colorate che servivano per adornarne la fronte. Le spese per questi abbellimenti erano tutte a carico dell' "urdinaru " e qualora non le avesse sostenute sarebbe stato giudicato "udinaru tintu "
    La gente poteva percepire da lontano l'arrivo delle "riétine" a causa del rumore delle campanelle e poteva anche distinguere il suono di una "riétina" da quello di un' altra: lo squillante tintinnio delle "riétine" del Cavaliere Guccione - che ne possedeva otto o più - , era facilmente distinguibile da quello più pacato della "riétina" di donna Nina Guccione.
    A questo punto avrete certo capito quanto fosse sacrificato il nostro urdinaru , era però rassegnato e la durezza del lavoro nell'atmosfera bucolica dei nostri monti, non poteva che trasformarsi in poesia:
    "Guarda chi vita fa lu urdinaru,
    'ca notti e jornu camina a lu scuru,
    metti a pigghiari capizzi di li mura,
    e la so vita è sempri china di dulura".
    di Laura Seragusa
    pubblicato in " La VOCE della Mamma " di Alia, nr.1/96, pag. 6




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