La gita a Termini con lo zio Attilio - IV^ parte -

Radici & Civiltà

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Pubblicato il 21/10/2005
<b>La gita a Termini con lo zio Attilio</b>  -  IV^  parte  -

La gita a Termini con lo zio Attilio - IV^ parte -



    tratto da GIORNI VISSUTI COME SE FOSSERO ANNI di Liborio Guccione, giornalista e scrittore aliese, che ambienta tale sua opera nel paese natìo degli anni ’30-’40 . Si ringraziano, per la gentile concessione, gli Eredi dell'Autore e l’Amministrazione comunale di Alia che nel 1997 ha curato la pubblicazione del libro.


    " Mentre io, attratto dalla visione della campagna, vedevo sfilare veloce davanti ai miei occhi i campi, gli alberi, come se corressero incontro al nostro convoglio.
    Il movimento del treno fu la seconda emozione di quell'avventura che mi entusiasmava sempre più. Mi sentivo i muscoli delle gambe come irrigiditi: ero, insomma, un po' teso, attento a percepire tutte le sensazioni che mi giungevano dal movimento del treno. Il mio corpo e il treno si fondevano, erano diventati tutt'uno. Notai che le sensazioni che ricevevo ora dal treno erano diverse da quelle che avevo avvertito prima sull'autobus: niente " tosse", niente scossoni; pareva che il treno scivolasse, volasse sopra quelle linee d'acciaio lucido. Ci fu un momento, un attimo in cui provai una certa paura: fu quando il treno, giunto ad una curva, si inclinò, dandomi la sensazione che stesse per cadere in un campo sottostante, e istintivamente mi afferrai forte al finestrino e mi volsi verso lo zio.

    - "Non aver paura" - mi disse. – "Vieni a sederti qua, accanto a me" -. E io non me lo feci ripetere due volte: abbandonai la stretta e andai, un po' barcollando, instabile sulle gambe per via della corsa del treno, ad accomodarmi accanto a lui. Lo zio mi sorrise e mi domandò: - "Allora, che ne dici... ti piace viaggiare in treno? " - "Mi piace sì, è tutto così diverso di come l'avevo immaginato. Ma è bello, sì è proprio bello! Anche andare a cavallo è bello; ma il treno è un' altra cosa e si fa prima ad arrivare" - aggiunsi ridendo per l'ovvietà dell' affermazione.
    -"È naturale che si fa più presto... perché il treno ha più cavalli che lo tirano " - disse ridendo a sua volta lo zio -. Quello che non riuscivo a capire, ma non osavo domandarlo, come facesse quel "cavallo" di ferro ad alimentarsi e che cosa desse origine a quel fumo che penetrava perfino dentro la nostra carrozza. Possono apparire ingenuità, pensieri semplicistici, estranei alla cultura dei bimbi d'oggi, ma non allora. Erano domande che si accoppiavano alla semplicità della vita di allora la quale non offriva molte conoscenze a noi ragazzi che vivevamo in ambienti ristretti, chiusi a cospetto del mondo lontano, a tutto ciò che non era nella quotidianità della nostra esistenza relegata in un paese.

    E mentre i miei pensieri erano impegnati a districare le curiosità che nascevano da quella esperienza, il treno rallentò la sua corsa e andò a fermarsi davanti a una stazione un po' più piccola di quella di  Roccapalumba : io corsi ad affacciarmi al finestrino per vedere cos'altro succedesse. Anche lo zio venne ad affacciarsi e a guardare fuori incuriosito. - "Ora osserva che cosa succede" - mi disse - e intanto mi prendeva in braccio facendomi sporgere dal finestrino perché potessi vedere più lontano, nel punto dove si trovava ferma la locomotiva.

    E fu così che vidi che il "cavallo di ferro" stava bevendo al suo abbeveratoio: un lungo braccio metallico dall'alto di una torre cilindrica si proiettava sino alla locomotiva e vi scaricava dentro un flusso robusto d'acqua. Io non capivo, ma lo zio mi venne in soccorso: - "Anche i treni, come le bestie, hanno bisogno di bere per andare avanti" - mi disse. – "Il cibo è il carbone che brucia dentro una grande fornace e dà l'energia necessaria per fare funzionare la macchina, e l'acqua è anch' essa indispensabile, altrimenti la macchina per il troppo calore finirebbe per scoppiare. Dunque, carbone e acqua sono gli elementi indispensabili - oltre a un buon ferroviere - per far camminare il treno".


    Io annuii e continuai ad osservare tutto ciò che accadeva attorno alla locomotiva. Dopo poco il treno riprese la sua corsa e noi tornammo a sedere. Ed io che ormai non avevo più nulla di nuovo da scoprire in quel panorama sempre uguale, campi seminati, vigneti spogli e sulla a non finire, appoggiai la testa su un braccio dello zio, e continuai a cullarmi nei miei sogni, a creare nella mia fantasia le tante cose che ancora mi attendevano in quella che io consideravo la più bella giornata della mia incipiente vita. Sentivo tutta l'importanza di quel viaggio e mi consideravo perciò un privilegiato. Chissà, pensai, se gli altri miei compagni di scuola hanno mai visto un treno, se hanno viaggiato come ora io. Nessuno mi aveva mai raccontato nulla di simile. Il mio pensiero rimase come sospeso nella fantasia, e cominciai intanto a pensare al tema che avrei fatto al ritorno. E mentre pensavo a ciò che avrei scritto, reclinai il capo e mi addormentai. Fui destato dallo zio che scuotendomi disse, con una voce che a me giunse come da lontano, - "Svegliati, che siamo arrivati". -


    Eravamo, finalmente, giunti a  Termini Imerese, e mi crucciai per essermi fatto cogliere dal sonno e di non avere per questo goduto ancora del resto del viaggio. Il treno era fermo, sbuffava e vomitava fumo davanti alla stazione che, osservai, era più grande e più bella di quella di  Roccapalumba . È, infatti, una stazione importante quella di  Termini Imerese, dalla quale si biforcano le due linee ferroviarie principali dell'Isola: quella che volge in direzione di Messina e l'altra, quella che transita per la stazione di  Roccapalumba , per le province di Agrigento e Caltanissetta.
    Il "nostro" treno riprese la sua corsa, diretto a  Palermo. Era trascorsa oltre un' ora da quando eravamo partiti e già eravamo a destinazione. Era ormai giorno avanzato, rispetto all' alba che avevo lasciato appena sorgente al mio paese, e il sole inondava le case e 1'aria era diventata più calda.


    La cittadella di Termini si compone di una parte alta e di una parte bassa: Termini " ‘nsusu" e Termini "iusu" , collegati dalla "serpentina P. Balsamo" ; la parte alta si estende placidamente su quel monte chiamato di S. Calogero, e sembra mirare con godimento da lassù le sue estremità fatte lambire dalle azzurre acque del suo meraviglioso mare.
    Uscimmo fuori dalla stazione e ci trovammo davanti a una piazza adornata di alberi e aggraziata da un giardino addobbato con panchine sulle quali c'erano seduti alcuni uomini anziani che godevano del caldo sole che ormai dominava la piazza. lo mi guardavo attorno: cercavo il mare, ma non vedendolo, domandai allo zio:"ma il mare dov' è? "
    - "Il mare?..è dietro le nostre spalle; ora ti ci porto e te lo faccio vedere" .- E tenendomi sempre per mano, mi condusse in un luogo da dove ci era possibile vederlo.


    Era davanti a noi il tanto desiderato, il sognato mare: un fluttuare d'acqua schiumosa e azzurra che si muoveva senza posa, producendo onde alte e piccole che si andavano a perdere risucchiate dalla spiaggia sabbiosa, o si infrangevano sul molo del porto come se volessero ingaggiare una dura battaglia contro quell' ostacolo di pietra e di cemento. Ero rapito, estasiato da quello spettacolo emozionante e imprevedibile. Avrei voluto correre sulla spiaggia, vedere più da vicino l'acqua, toccarla. Avanzai di qualche passo, attratto da quello scenario di onde che si muovevano come se una mano invisibile guidasse quel gioco dell'acqua che pareva volersi esibire con civetteria in una danza al suono di una musica che fluiva dal cielo illuminato dal sole. Lo zio mi guardava sereno e compiaciuto e forse un po' orgoglioso per essere stato lui a farmi scoprire in poche ore quelle visioni esaltanti che mi facevano tanto felice: 1'autobus, il treno e ora il mare meraviglia delle meraviglie, e che io sino allora avevo immaginato, custodito solo nella fantasia, scaturita
    dalla mia mente immatura: una fantasia fatta di sogni e di speranze.
    Mi volsi verso di lui e dissi: - "È bello, troppo bello!" - E corsi ad abbracciarlo in segno di gratitudine. – "Andiamo" - mi disse -, prendendomi per la mano. "Ci torneremo ancora prima di ripartire; ora dobbiamo andare in paese".


    Lanciai ancora uno sguardo alla distesa immensa d'azzurro e tornammo nella piazza della stazione. Qui lo zio fece un cenno con la mano a un cocchiere che se ne stava con la testa reclinata come se dormisse, a cassetta della sua carrozzella, un cenno di richiamo che fu sufficiente perché vidi infatti il cocchiere alzare in aria la frusta, e la carrozza, tirata da uno smilzo cavallo, si staccò dall' ombra di un albero, dirigendosi verso di noi. Osservai che, come tanti fili, si venivano a concentrare sulla piazza, scendendo dall'alto, alcune strade, lungo le quali erano allineate molte case, alcune anche molto alte; alte come non ne avevo mai viste nel mio paese, salvo che il palazzo Guccione a "u rabatieddu" e l'altro palazzo dei Guccione nel quartiere di S. Rosalia.
    Salimmo sulla carrozza, tirata dall' ossuto cavallo che pareva dovesse cascare in terra da un momento all' altro. L'uomo che stava a cassetta domandò allo zio: - "dove deve andare?" - E lo zio gli disse l'indirizzo. Il cocchiere alzò la frusta facendola schioccare nell' aria e il cavallo con uno strattone si mosse lentamente e anche, parve a me, di malavoglia. Il cocchiere che era allignato e vecchio come il cavallo, sollecitò con la voce 1'animale che si mosse un po' più sveltamente.


    Man mano che la carrozza saliva per quelle ripide strade, dovetti ricredermi su quel cavallo: il giudizio che avevo dato sulle capacità di quella bestia era stato ingiusto e ingeneroso, perché quello smilzo cavallo, via via che si inerpicava per quelle strade, la cui pendenza superava quella delle strade di Lalia, rivelava una capacità di resistenza degna di ammirazione; mi smentì quell' animale, tirava da vero campione, tanto che mi venne spontaneo: "però quel cavallino!" - dissi -. Il cocchiere si volse e mi sorrise compiaciuto, orgoglioso di quel suo quattro gambe tutto ossa. ".







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