A li ottu jorna

Radici & Civiltà

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Pubblicato il 06/12/2005
<b>A li ottu jorna</b>

A li ottu jorna


tratto da GIORNI VISSUTI COME SE FOSSERO ANNI di Liborio Guccione, giornalista e scrittore aliese, che ambienta tale sua opera nel paese natìo degli anni ’30 -’40.
Per la gentile concessione alla divulgazione telematica del libro, si ringraziano sia gli Eredi dell’Autore sia l’Amministrazione comunale di Alia, che nel 1997 ne ha curato la prima edizione.


Per una antica tradizione i novelli sposi per otto giorni non dovevano uscire di casa, anzi non si facevano vedere nemmeno davanti alla porta di casa; soltanto l'uomo usciva, ma quasi furtivamente, per necessità, e poi si ritirava subito come un monaco in convento. Né nessuno andava a trovarli, tranne qualche parente stretto (i genitori, di solito) che però entravano e uscivano anch' essi come clandestini. Insomma nessuno doveva vedere i visi dei... «peccatori» ché tutti guardandoli in faccia avrebbero potuto scorgere i segni...

Ma dopo otto giorni, la domenica successiva al matrimonio, gli sposi aprivano finestre e porte e uscivano: lui vestendo i panni del giorno nuziale, lei indossava il vestito migliore, con lo scialle nuovo ricamato che le copriva la testa e le spalle: facevano il loro ingresso in società, si costituivano davanti al tribunale dell' opinione pubblica. La moglie stretta al braccio del marito orgoglioso e fiero; uscivano, e tutti i vicini davanti alle porte o affacciati alle finestre e lungo le strade, tutti a guardare la prima uscita dei novelli sposi.

Lei nascondeva il viso con lo scialle, teneva gli occhi bassi per evitare lo sguardo indagatore dei vicini che erano curiosi di vedere... Lo sposo, invece, era spavaldo, quasi sfidante, col sorriso sul viso, felice di mostrarsi e di mostrare la sposa dopo essere stati per otto giorni prigionieri d'amore. Mano nella mano si recavano prima a messa, poi in visita ai parenti più intimi; innanzitutto dai genitori dello sposo e della sposa, dai compari e dai parenti più stretti. E tutti parenti e amici li accoglievano festosamente, ma tutti lo stesso a scrutare i loro volti con occhio furbesco, come se dovessero scoprire in quei visi chissà quali mutamenti, rispetto a prima... Prima di «quella notte»! Era un'indagine che denunciava curiosità, ma esprimeva anche tenerezza.

«Fatti vìdiri quantu sì bedda» - dicevano alla sposa. Ma lei si schermiva, coprendosi il volto, del quale lasciava scoperto solo un occhio. Si poteva immaginare il rossore, la verecondia della giovane che teneva gli occhi bassi come se si vergognasse un po' di essere stata «sola» con «quell'uomo»! Lui, lo sposo la incoraggiava: «allura... un ti vo' fari a vìdiri; chi fa' ti vergogni?! A va', fatti a vìdiri quantu si' bedda!» A questo punto la sposa, usciva dalla riservatezza, lasciava cadere con un gesto impulsivo, quasi teatrale, lo scialle, mostrando a tutti il suo viso raggiante di sposa felice. La vergogna era così sparita, e tutto diventava più semplice: ora il rientro nel novero della società era un fatto compiuto, ufficiale. Da quel momento la vita degli sposi tornava alla normalità e nessuno li avrebbe più guardati con la curiosità di prima: lui sarebbe tornato ai lavori della campagna, lei col fazzoletto attaccato alla testa a impastare pane e pasta, a curare la casa e ad allevare galline e a contare quante uova facessero al giorno.

So che in qualche paese (non nel mio!) c'era una strana usanza: il mattino seguente la prima notte di matrimonio veniva steso al balcone il lenzuolo sul quale gli sposi avevano dormito, mostrando il segno della purezza della sposa. Non so dire dove ciò accadesse ma ne ho sentito parlare, come di una testimonianza degli sposi alla società.
Perché in Sicilia l'opinione, il giudizio della gente conta. Eccome se conta! Essa ti assolve o ti condanna, secondo un suo codice che non ti concede diritto d'appello!

Ciò è, del resto, tipico di tutte le comunità minute che come quelle degli sperduti paesi siciliani, vivono, anzi vivevano, un'esistenza ristretta, sempre uguale, per cui la curiosità, il «beccarsi» diventava un modo di dare articolazione, varietà alla vita singola e comune. Da ciò tuttavia non va disgiunto un certo spirito di solidarietà, di umana considerazione, per cui ciascuno partecipava agli altrui casi come fossero propri, con spirito altruistico, vuoi che fossero fatti lieti o di mestizia. Se uno si sposava, o moriva o gli nasceva un figlio, o aveva ricevuto un calcio dal mulo, il paese ne parlava, vi prendeva parte; così che nessuno era mai solo nel proprio dolore o nella propria gioia. Se le campane di una delle tre chiese suonavano a morto, sapendo tutti chi era il paesano che trovavasi più di là che di qua, a seconda della chiesa da cui giungeva il suono era facile individuare chi fosse il morto di turno.


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