ninu 'u curdaru

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Pubblicato il 06/12/2005
<b>ninu 'u curdaru</b>

ninu 'u curdaru



tratto da GIORNI VISSUTI COME SE FOSSERO ANNI di Liborio Guccione, giornalista e scrittore aliese, che ambienta tale sua opera nel paese natìo degli anni ’30 -’40.
Per la gentile concessione alla divulgazione telematica del libro, si ringraziano sia gli Eredi dell’Autore sia l’Amministrazione comunale di Alia, che nel 1997 ne ha curato la prima edizione.


C'è un episodio che mi si affaccia alla mente a proposito delle violenze che venivano esercitate all'interno della famiglia in quei lontani tempi. Ho accennato in un capitolo precedente, ma vi ho fatto ricorso incidentalmente, a un personaggio: Ninu «u curdaru». Ne parlo perché il caso è assai emblematico: al tempo quelle vicende sollevarono molto scalpore e trovarono la partecipazione corale degli aliesi.

Ninu «u curdaru», lo abbiamo visto nella sua bottega, vicino «a la brivatura», tirare le corde per confezionare i «rutùna», tingere incerate, lo abbiamo visto fare selle, «vardeddi» e «sidduna» e mille altri attrezzi utili ai contadini. I suoi lavori erano da tutti apprezzati, per l'ingegnosità, la fantasia; ma Ninu era anche benvoluto dalla gente per il suo carattere gioviale, perché era socievole, era uno spirito allegro, burlone perfino. Abile commerciante, ci sapeva fare e la sua era una bottega di tutto rispetto. Nino si vedeva bene che era nato per il commercio: furbo, scaltro, ma anche intelligente.

Viveva con la madre, donna Crucifissa, e due sorelle, Rosina e Pina, e dopo la morte del padre egli era divenuto il capo famiglia. Un giorno egli decise di prender moglie e, naturalmente, di portarla a vivere (come capitava spesso, del resto, in quei tempi) in casa della madre; una pia donna, ma severa e, soprattutto, con un forte spirito di comando che non cedeva a nessuno. Niente di male a portare la propria moglie a vivere in casa con la madre e le sorelle: una consuetudine, specie quando in famiglia c'era un solo uomo; ma spesso era anche una necessità economica. Ed era accettata ormai da qualsiasi sposa la totale e indiscussa obbedienza alla madre dello sposo: si sapeva che a comandare era sempre la suocera, l'ultima parola spettava alla «grand mère».

Non si era ribellata mai nessuna: le spose subivano, masticavano amaro, magari, ma erano sempre remissive, per amore di pace e del marito. Ma donna Crucifissa era soverchiosa nella sua autorità; non le bastava il potere, l'obbedienza: voleva la sottomissione, l'umiliazione dell'altrui personalità. E la moglie di Ninu sopportò l'autorità della suocera, sino alla rinuncia di se stessa. Ma c'erano anche le sorelle del marito che volevano la loro porzione di autorità.

Poi nacque un figlio e la giovane sposa sperò che la venuta al mondo di quella creatura potesse restituirle quel valore di persona che le era stato negato sino allora. Ma la suocera volle esercitare autorità anche su quella creatura, negando l'autentica funzione alla madre. Ebbene, se la sposa aveva taciuto sempre per amore del marito e del quieto vivere, la madre si rifiutava di rinunciare alla sua prerogativa voluta dalla natura. Nacquero le prime liti che man mano, ogni giorno di più diventarono irrefrenabili, e già le voci si sentivano da fuori, dalla strada quando litigavano, e la gente ormai aveva capito che in quella casa di Ninu c'era l'inferno e che persino i rapporti tra marito e moglie erano cambiati, non erano più zucchero e miele. E .poi - come ho già detto - l'autorità di donna Crucifissa veniva esercitata su tutti, compreso il figlio.

Questi, nelle divergenze tra la moglie e la madre, dopo vari tentativi di frenare le rimostranze della moglie, dopo averle raccomandato prudenza, comprensione, sottomissione, alla fine si schierò a favore della madre, dando apertamente torto alla moglie che in tal modo venne a trovarsi isolata, emarginata. La vita a quel punto divenne impossibile per la giovane sposa alla quale a poco a poco fu tolto ogni contatto con il figlio. Alle aperte scenate divenute ormai quotidiane e di dominio pubblico, si giunse poi alla decisione della sposa di abbandonare la casa del marito.

Fuggì portandosi il figlio. E questo inasprì vieppiù la già grave situazione. Non mancarono, naturalmente, interventi di pacificatori, anche autorevoli, ma ogni tentativo di pacificazione fu inutile; soprattutto perché la vecchia donna Crocifissa si rivelò irremovibile. Ma il problema grosso era quella innocente creatura, nata dall' amore e mortificata dall' egoismo di una vecchia prepotente. Ci furono scenate che commossero l'intero popolo di Lalia, quando con raggiri fu sottratto il figlio alla madre, e ci furono liti e sofferenze che fecero male a tutti; ma soprattutto misero a nudo le debolezze di Nino che non seppe o non volle trovare il giusto metodo per salvare la tranquillità sua e della sua vera famiglia.

La lite si trasferì poi in Tribunale e durò non so quanto tempo: la giustizia riconobbe le ragioni della madre. Donna Crocifissa fu sconfitta, ma il vero sconfitto fu Nino che, dopotutto voleva bene a sua moglie e, naturalmente a suo figlio e per i quali certamente aveva sofferto e soffriva.

Trascorsero molti anni nel disperato isolamento di Nino, da un lato, e della moglie e del figlio dall' altro.
Ninu, dopo la morte della madre, cessò 1'attività di «curdaru» e si trasferì a  Palermo con le sue sorelle, dando inizio ad una nuova attività commerciale. Dopo molti anni, che ormai il figlio era diventato un giovanotto, Nino sentì il bisogno di riconciliarsi con la moglie e di riappropriarsi dell' amore del figlio. Forse egli si rese conto che non era più
recuperabile ciò che aveva perduto in tutti quegli anni, che l'ingiustizia fatta patire alla moglie e al figlio era insanabile, ma non volle morire con la pena nel cuore.

La vita ha anche di queste pendenze, ha anche di queste pieghe amare che spesso disarmano la coscienza dell'uomo, annullandone la forza morale e civile, disperdendone i valori e mortificandone lo spirito; qualche volta irrimediabilmente. Sì, è vero, è difficile essere giusti in questa vita, ma non ne abbiamo altra che ci consenta di confrontarci con la nostra disponibilità a vivere nel giusto, né possiamo incaricare nessuno che al posto nostro viva per noi nel giusto. Ed è qui, in questa vita che dobbiamo dimostrare la nostra disponibilità. E dobbiamo cercare dentro di noi, nella nostra coscienza, avendo sempre presente che la migliore maniera di meritare giustizia per sé stessi è quella di rendere giustizia agli altri.
In definitiva il valore della vita è dato dall'uso che ne facciamo.


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