La gita a Termini con lo zio Attilio - V^ parte -

Radici & Civiltà

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Pubblicato il 21/10/2005
<b>La gita a Termini con lo zio Attilio</b>  -  V^  parte  -

La gita a Termini con lo zio Attilio - V^ parte -

    tratto da GIORNI VISSUTI COME SE FOSSERO ANNI di Liborio Guccione, giornalista e scrittore aliese, che ambienta tale sua opera nel paese natìo degli anni ’30-’40 . Si ringraziano, per la gentile concessione, gli Eredi dell'Autore e l’Amministrazione comunale di Alia che nel 1997 ha curato la pubblicazione del libro.


    "  Termini Imerese mi piacque molto, ma ciò che più mi piacque di quella città fu la granita di limone veramente buona, sebbene a Lalia, Nino della gnira Filippa e suo fratello, granita e "pezzetti gelato" li facessero buoni. Ma il mio entusiasmo per tutto ciò che stava offrendomi quella piacevole gita, mi faceva trovare tutto buono e in meglio assai di ciò che fino allora avevo avuto: l' entusiasmo governava ormai i miei umori. Tutto di quella giornata per me era bello, anche se a un certo momento cominciai ad avvertire una certa stanchezza che però tenni per me, senza darne a vedere allo zio: che figura ci avrei fatto!? Tornammo ancora al mare e questa volta lo zio mi portò sulla spiaggia, proprio sulla sabbia bianca argento; ci sedemmo su una barca che era stata lasciata sulla spiaggia capovolta. Sopra le nostre teste volavano i gabbiani emettendo qualche stridio, mentre sul mare lontano si scorgevano le barche condotte dai pescatori verso i punti più pescosi e dove gettavano le reti, pronte a raccogliere abbondante pesce. Era nota la bontà delle sarde di Termini Imprese.
    Nei miei ricordi di quell'indimenticabile gita a Termini, trovo assai viva un'altra immagine: gli orti che in quel territorio erano tanti e ben tenuti, ricchi di ogni specie di ortaggi, come non ne avevo mai visti nelle campagne di Lalia, dove da secoli i contadini praticavano la coltura estensiva, ossia grano, fave, orzo e avena. A Termini, invece, i contadini si dedicavano alle colture intensive; ortaggi, appunto, che oltre a dare un maggiore utile economico, facevano meno affannosa la loro vita. A Termini i contadini lavoravano e vivevano in modo diverso dai contadini del mio paese: vivevano meno isolati, anche perché avevano con la gente un rapporto commerciale quotidiano, e i frutti del loro lavoro li vedevano ogni giorno.
    I contadini dell'interno, invece, dopo la semina, dovevano attendere tutto un anno per vedere compensate le loro fatiche; e non avevano mai certezze sui risultati del loro lavoro: era una vita più ricca di speranze che di certezze. Sino al momento del raccolto il contadino del mio paese, trascorreva il tempo a lavorare, a benedire o maledire, schiavo di quel cielo dal quale dipendeva il risultato delle sue fatiche: la pioggia e il freddo, la neve e la siccità erano fattori determinanti che potevano essere salutari se intervenivano nel giusto momento, o disastrosi se intervenivano nei momenti contrari alle attese del contadino. In una parola, era un anno di attesa, affidata alle accidentalità della natura cui il contadino non poteva opporre nulla. Tutti gli anni così; un'attesa convulsiva, confortata dalla speranza che però poteva tradursi anche in disperazione.
    Il contadino che coltivava l’orto a Termini, invece, aveva modo di verificare, giorno dietro giorno , i suoi prodotti, la loro crescita, il loro maturare, e poteva intervenire per correggere il corso stesso della natura, convogliandola in favore dei prodotti del suo orto: poteva dare acqua se non pioveva, poteva proteggere i solchi della terra che custodivano il seme o la piantina perché la pioggia o il freddo non li danneggiassero. Insomma, non doveva avere alcuna soggezione della natura: il cielo e la terra non sarebbero mai divenuti nemici delle sue fatiche ; Il contadino dell'interno era invece impotente davanti alla natura; la subiva. E forse ciò spiega perché il mestiere del contadino è sempre stato disprezzato, umiliato; e spiega perché molti figli di contadini, appena la nuova civiltà industriale degli anni '50-'60 offrì loro l'opportunità di sfuggire alla secolare disperazione, abbandonarono la terra, senza rendersi conto che a sua volta anche la terra avrebbe abbandonato l'uomo che si sarebbe trovato, come oggi si trova, in una nuova disperazione che la civiltà non riesce a modificare. Perché quei giovani contadini, divenuti operai improvvisati, manovali dell'industria, oggi non sono più contadini, ma non sono nemmeno diventati operai dell' era computerizzata.
    C'erano voluti secoli e secoli di disperazione, di dura sopportazione per raggiungere l'intesa tra l'uomo, la terra e tutte le leggi,del1a natura. Ma in quegli anni si era riaffacciata agli occhi dei popoli meridionali, resi disperati da un'epoca incerta e insicura, la soIa via d'uscita: l'emigrazione interna ed estera; anzi con una prevalenza di quella interna, rispetto a quella estera. Con quali risultati? Mah! È possibile che a livello individuale qualcuno abbia trovato la "sua" soluzione, ed è anche possibile individuare qualche riscontro sociale positivo. Ma non è stata trovata la soluzione all’interno dei problemi che hanno travagliato e travagliano la società meridionale. Con un aggravante: le differenze, la disistima perfino, tra Nord e Sud, non soltanto sul piano economico, ma sul piano umano, si sono accresciute. A un punto di rottura.
    Riprendemmo il treno che era già pomeriggio avanzato e io, un po' per le emozioni vissute, un po' per la stanchezza accumulata a forza di girare per quella città, tutta sali e scendi, appena mi fui seduto nello scompartimento, mi addormentai e mi svegliai che eravamo già giunti alla stazione di  Roccapalumba . Trovammo pronta la corriera che ci riportò a Lalia. Ora il mio paese, anziché vederlo rimpicciolire come quando al mattino me ne allontanavo, lo vedevo crescere, man mano che la corriera avanzava, lo vedevo più distintamente, sempre più vicino: distinguevo perfino le case coi fumaioli dai quali si innalzava il fumo grigio nell'aria. E, francamente, anche questo avvicinarmi al paese mi entusiasmava, mi rasserenava, mi dava conforto dopo una giornata di lontananza. Avvertivo una serenità, una pienezza che rendeva lieto, riposante il ritorno alla mia casa dalla quale mi pareva di essere stato lontano da chissà quanto tempo. E mi rallegrava anche il pensiero che il giorno appresso sarei tornato a scuola.

    Si concludeva così una giornata della mia vita che aveva segnato il mio ingresso nel mondo, un mondo dove la vita pulsava più intensamente, dove c'era più frenesia, dove il tempo trascorreva più nervoso che al mio paese; così almeno allora mi parve. Ecco, quella gita mi aveva consentito di passare dal particolare a un po' più d'insieme. Era cresciuta la mia esperienza, si era irrobustita la mia mente e il mio spirito. Quando toccò ai miei compagni di recarsi in gita collettiva a Termini, non provai malessere, come ne avrei provato se io già non ci fossi andato. Anzi, fui lieto per loro: avremmo avuto un argomento nuovo di cui parlare.Ebbi sempre un buon rapporto con i miei compagni di scuola; e la mia classe, in ispecie, era composta da elementi piuttosto intelligenti.
    Faccio sforzi ora per costringere la mia mente a ricordare i loro volti, e di qualcuno ho ancora una qualche immagine un po' sfocata: Gino Cannici, del quale ricordo la bravura nel disegno e il mite e gentile, Gioacchino Cartabellotta che diventerà poi medico. Pietro Guccione, anch'egli diventato medico, Nino Miceli ed altri i cui nomi mi sfuggono. Ah, sì, di un altro ricordo la tragica fine: fu ucciso a coltellate da una donna insana di mente: ne conservo ancora una gran pena. Ma della mia scuola mi sono rimaste alcune sensazioni. Ricordo, quando nelle tiepide mattinate di primavera, nel silenzio tutto attorno, da una strada vicina ci giungevano dei suoni, che erano una voce di vita, una voce che non potevi fare a meno di udire. Era la voce del martello battuto dal vicino fabbro sul rovente ferro, tenuto con una grossa tenaglia sull’incudine: un colpo secco, cupo sul ferro infuocato, appena estratto dalla fornace incandescente, seguito da due colpi rimbalzanti, più metallici, più sonori impressi sull’incudine. Erano distinguibili questi due ultimi colpi che parevano come fatti cadere per una pausa, durante la quale il fabbro aggiustava il tiro del pesante martello, affinché i colpi successivi servissero a meglio modellare l' oggetto in fabbricazione. E infatti, subito si udivano altri colpi ricadere l’uno appresso all’altro sul ferro ancora caldo, ma ormai in via di stemperatura.
    Accadeva a volte, ascoltando i ritmi più frequenti dei suoni, di individuare che a battere fossero due fabbri: erano mastru Vicienzu e il figlio. Segno che si trattava di un lavoro più impegnativo che non i soliti ferri da cavallo. Faceva uno strano effetto negli orecchi quel ritmo serrato dei colpi di martello che giungevano sin dentro la scuola; magari mentre il maestro spiegava le guerre Puniche o una battaglia Risorgimentale. Associavi allora quegli strani suoni metallici all'idea di una battaglia di uomini impegnati nell'uno evento o l'altro, sfidando la morte. Ai suoni del martello sull'incudine del fabbro, si associava qualche volta, interrompendo il silenzio del paese sonnolento, l'eco della sega o dei colpi di martello che cadevano sui chiodi che si conficcavano nel legno. E ascoltavi con sospetto il lavoro del falegname: cosa stava costruendo, un mobile per una nuova coppia di sposi, o allestiva frettolosamente un "tabutu" ? Eppure il suono non era lamentoso, non era lugubre. Allora costruiva per la vita, non per la morte. E ti rincuoravi. ".



      Note



      "pruvenna" = biada

      " ’nciancianàta " = da cianciàna, sonaglio.

      "susu" = sopra.

      "iusu" = sotto.

      "tabùtu" = cassa da morto.

      "amunìnni" = .andiamo.

      "picciottu" = giovanotto.

      Eugenio Guccione - "Storia di Alia 1615-1860, Sciascia Caltanissetta, 1991"






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