Conclusione

Radici & Civiltà

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Pubblicato il 09/12/2005
<b>Conclusione</b>

Conclusione



tratto da GIORNI VISSUTI COME SE FOSSERO ANNI di Liborio Guccione, giornalista e scrittore aliese, che ambienta tale sua opera nel paese natìo degli anni ’30 -’40.
Per la gentile concessione alla divulgazione telematica del libro, si ringraziano sia gli Eredi dell’Autore sia l’Amministrazione comunale di Alia, che nel 1997 ne ha curato la prima edizione.


Ma è tempo che io concluda il mio excursus su quegli anni vissuti in quella civiltà dalla quale avevo avuto i natali e una porzione della crescita della mia vita. Sì, una porzione. Perché dopo l'avvento della luce elettrica nel mio paese, io rimasi ancora pochi mesi, ero stato appena promosso alla classe quarta elementare, e lo abbandonai unitamente alla mia famiglia: andammo a vivere a  Palermo. Tornai a rivedere il mio paese negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, una guerra che a Lalia fu vissuta con minori tragedie che a  Palermo.

Era tutto come prima. Le genti, la loro vita; tutto era rimasto come prima: non c'erano più i maiali per le strade le quali però era più malconce di prima: le pietre continuavano a precipitare l'una appresso all' altra. I lampioni a «li cantunèri», erano quelli installati in quegli anni, un po' rugginosi, per effetto dell’usura del tempo; e ora i ragazzi avevano imparato a rompere le lampadine: si divertivano a colpirle con le pietre, lanciate con la fionda; un nuovo gioco.

Qualche anno più tardi, a guerra finita, nel 1947, abbandonai anche  Palermo e la Sicilia. Come se non mi appartenessero più, o come se io non fossi mai appartenuto a esse: abbandonai la civiltà che mi aveva allevato, alimentato, senza nostalgia.

Accade quando si è giovani. Si ha il privilegio di guardare in avanti, mai indietro; ci si colloca in una dimensione nella quale immaginiamo ci appartenga tutto: abbiamo i sogni nel cassetto che rci inducono a guardare oltre.

Quanto oltre? Non si sa, perché i confini dei sogni sono infiniti, non sono misurabili col metro delle nostre esperienze che scorrono come l'acqua di un fiume. Con facilità, direi con faciloneria; senza alcun rammarico né ripensamento ci lasciamo dietro le spalle tutto ciò che nel bene e nel male ci ha fatto vivere fino a quel momento.

E andiamo avanti... o almeno crediamo di andare avanti. Finché un giorno ci accorgiamo che lo spazio che credevamo infinito, senza frontiere e tutto nostro, esisteva solo nel nostro entusiasmo. La frontiera era lì, vicino a noi; la nostra corsa non si era proiettata in avanti: avevamo semplicemente girato attorno a noi stessi.

I sogni sono rimasti nel cassetto, o si sono involati come polvere, senza lasciare traccia, salvo le cicatrici nel nostro animo. Allora... Allora, quando si scopre tutto ciò, vien voglia di tornare indietro, verso il passato per riappropriarsene, per conquistare lo spazio nel quale avevamo creduto di starci stretti, che fosse insufficiente per viverci dentro... E vien voglia di correre verso il principio della nostra vita, per ritrovare ciò che abbiamo perduto e che ora non ritroviamo più.

Le luci che ci illuminarono un tempo si sono spente: tutto è tornato ad essere cieco. Ci si accorge che il nostro ritorno è inutile. Il passato non esiste più, lo abbiamo seppellito dentro di noi: anche il nostro passato, dunque, è diventato polvere come i sogni che vi avevano creato la fantasia del vivere. E l'avvenire, che sommavamo all'avvenire dell'umanità, non è mai esistito. Siamo solo dei vinti!

Torni nella tua terra, provi a riconciliarti con essa, sperando magari di incontrare il compagno che ti fu accanto nel banco di scuola, la ragazzina dagli occhi dolci che quando ti incontrava ti sorrideva, l'amico col quale avevi diviso i giochi e il tempo fino di incontrare i mastru Turiddu, i Cicca, donna Dora e Ugo e i tanti, tanti coetanei...

E invece non trovi più nessuno: parte ti hanno preceduto oltre le frontiere della vita, altri sono vecchi e stanchi come te; senza più sogni, né ambizioni, né più ricordi. E non si pongono più domande, non custodiscono più nulla dentro di loro. E di te non si ricordano più, non ti riconosce più nessuno.

Erano loro i soli amici che potevano riconoscerti, che potevano sentirti come parte di essi. Ti accorgi, invece, di essere un estraneo in terra tua, fra la tua stessa gente, come lo sei nei luoghi dove tanti anni lontani scegliesti di andare a vivere, fra gente a te diversa, magari migliore di te, e con la quale hai vissuto gli anni più lunghi della tua vita.

Allora ti rendi conto che non appartieni più a nessuno. Non ai giovani del tuo paese che sono cresciuti senza che tu abbia potuto dare nulla che li aiutasse a crescere, a divenire migliori di quel che la tua generazione non ha saputo essere. Senti la gran voglia di accostarti a loro, di dire delle tue esperienze, ascoltare le loro aspirazioni, i loro sogni, le loro speranze, parlare con loro del tuo, del loro paese di quei giorni che ti furono veramente riempiti di vita: giorni vissuti come fossero anni.

No, non lo fai, non osi perché tu non esisti più; non hai più nulla da dire e da dare! Ed è terribile sentirsi morire, non trovare la voce per gridare la tua morte. No, non sono più un testimone del mio paese, della sua vita, della mia gente.

Restano intatte solo le testimonianze dei vecchi secoli, nei quali sono incisi anche i miei giorni, scolpiti in quel monte del feudo di Lalia, in quel monte coperto di case, sovrastate da quella monumentale Chiesa Madre che continua a lanciare nello spazio gli stessi suoni dalle sue antiche campane, sempre uguali; suoni che sanno parlare agli uomini d'oggi lo stesso linguaggio di sempre, e nel quale si riconosce passato e presente. Resta immutato nella sua sonnolenza secolare, il testimone muto, di sempre: il pizzo di Raciura.





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